Dawkins: i racconti di un uomo che ha perso la libertà

di Redazione Libri Mondadori

“Questo ero io”, una scoperta inaspettata

Curtis Dawkins è un uomo che sta scontando l’ergastolo per omicidio in una prigione del Michigan, negli Stati Uniti. Sognava di fare lo scrittore e frequentava un corso di scrittura creativa, ma la sera di Halloween del 2004 prova una droga che non conosce e prima di rendersene conto, ha ucciso un uomo.
Dawkins ha cominciato a scrivere narrativa un anno dopo il suo arresto, inizialmente in funzione terapeutica, per liberarsi degli istinti suicidi che provava. L’estate scorsa la raccolta di racconti di The Graybar Hotel (in slang il Graybay Hotel è il termine con cui viene indicata la prigione) sono usciti negli Stati Uniti con grande clamore dalla critica. Leggi qui l’approfondimento del Post dedicato a Curtis Dawkins “Di chi sono i soldi che guadagna una persona in carcere?"

La scrittura di Curtis Dawkins è stata anche per noi una scoperta inaspettata, che ci ha colpiti fin dalle primissime righe. Il ritmo e lo stile della sua scrittura rendono infatti evidente da subito che non stiamo leggendo un semplice racconto dal carcere, come il titolo originale The Graybar Hotel sembra suggerire. A muovere la prosa di Dawkins è sempre un'intuizione che riguarda ciò che c'è di più irriducibilmente umano nell'uomo, e che emerge con maggiore violenza e struggimento in situazioni estreme come quelle della detenzione.

Con il titolo Questo ero io abbiamo voluto rendere da subito evidente la posta letteraria ed esistenziale in gioco in queste pagine, perché quello che il lettore si troverà tra le mani è un racconto dal carcere, certo, ma è soprattutto una storia che cerca di dirci, con delicatezza disarmante, cosa significa rimanere umani quando la solitudine è assoluta, quando ti assalgono i ricordi del mondo che hai lasciato e quando hai perso quel filo fragile che tiene insieme la vita e che chiamiamo libertà.

Questo ero io

Curtis Dawkins

Curtis Dawkins sognava di fare lo scrittore, frequentava un corso di scrittura creativa in una delle migliori università americane, il suo talento era stato notato. Negli anni non aveva mai smesso di lavorare sodo alle pagine, aveva una compagna e tre figli. La sera di Halloween del 2004 va a una festa, prova una droga che non conosce. Su di giri, esce con gli amici e si lancia in una bravata,...

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Le impressioni di Maurizia Belmelli, la traduttrice

«Tom l’italiano era uno chef finché una Cadillac l’ha investito ai cento all’ora e gli ha ripulito il cervello dalle ricette.»

Fin dall’incipit del primo racconto, la temperatura era chiara. Fin dai primi paragrafi l’impasto di cruda lingua parlata e visioni apparentemente allucinate ma che allucinazioni non sono – come le contorsioni di Karen Sharon, tatuata sul petto di Tom, che «si spostava e ondeggiava a ritmo coi suoi movimenti» mentre lui faceva il nodo scorsoio per impiccarsi e sembrava «ancheggiare a ogni contrazione dei suoi muscoli» – produce una scrittura inarrestabile, un movimento spericolato che però sa sempre essere armonioso, anche quando la storia deborda, quando scarta e ti trascina nell’iperrealismo di una pira di cigni condannati al rogo perché infetti che illuminano «quasi teatralmente» il ponte sul fiume, o nel realismo magico di un carcerato insonne che nottetempo sorprende Pepper Pie, il compagno di cella, a esercitarsi per evadere attraverso la massiccia porta chiusa.

Ho chiuso il PDF con la sensazione che tradurre quella scrittura sarebbe stata un’impresa: fermare o sposare quel movimento? riprodurre l’umorismo glaciale con cui Dawkins racconta di Micky, rapinatore di banche in costume da clown, mantenere asciutta l’intensità emotiva di Clyde che, nell’ultimo racconto, finalmente uscito di prigione, ripensa ai dolcetti nauseabondi preparati dai detenuti ispanici e colto da acuta nostalgia si accorge che «quella mattina, all’agente, dicendo che non sarebbe più tornato» ha mentito: «era già tornato, e ci sarebbe tornato ogni giorno per il resto della sua vita.»

Mesi dopo ho attaccato la traduzione. E a sorpresa, come il carcerato 573543, «non sapevo dove stavo andando, ma sapevo che era piacevole; ero senza bisogni, non mi mancava niente»: il talento di Dawkins era acciaio, erano i binari delle montagne russe su cui «scivolavo […] come su un ottovolante, e la mia pancia fremeva per la perdita di gravità.

Maurizia Belmelli

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