Voce all’autore: Veronica Raimo su Miden, la scrittura, la fragilità del desiderio

di Redazione Libri Mondadori

Quando ho scoperto di essere incinta, il cielo era bianco. A Miden il cielo è sempre bianco, così è difficile dare uno sfondo ai ricordi. La luce però cambia. Quel giorno la luce era brutta, eppure l’ho dimenticata. C’erano intere mattine che faticavano a imprimersi nella memoria, ciò che restava era soltanto il sentimento di quell’assenza, lo sgretolarsi del confine tra il giorno e la sera. Avevo chiacchierato con qualcuno al mercato, ma cosa ci eravamo detti? C’erano pesci con gli occhi più vispi del solito? Una zucca che mi sarebbe piaciuto comprare? Non ricordavo più nulla. (Miden, Veronica Raimo)

Miden: il romanzo di Veronica Raimo su violenza, amore, consapevolezza


Una donna al sesto mese di gravidanza un giorno apre la porta di casa e si trova davanti una ragazza. Capelli sciolti, jeans attillati e due ossa che le sporgono come punte delle spalle.
Si presenta come un'ex studentessa del suo compagno ed è lì perché ha qualcosa di importante da dirle.


Due anni prima ha subito violenza da parte dell'uomo che hanno in comune e adesso si trova faccia a faccia con una donna che non conosce, e che porta un bambino in grembo, per confessarglielo, per dirlo ad alta voce.

È un'affermazione che rompe tutti gli equilibri. Non solo quelli della vita delle due donne e del compagno, ma anche quelli di una società - Miden - retta su fragilissimi, eppure tremendamente pervasivi, equilibri forzati. Se violenza c'è stata, ora si deve capire come è accaduta.
I tre protagonisti si ritrovano al centro di un'indagine, un tribunale fatto di volti che li giudicano decidendo delle loro vite che piano piano paiono sgretolarsi. 


È questo il cuore della trama di Miden, romanzo di Veronica Raimo, scrittrice e traduttrice, acclamata in Italia e all'estero, tra gli altri anche dal New York Times, come una delle voci più interessanti della narrativa italiana contemporanea.
Un libro scritto da due punti di vista che si alternano, quello maschile del compagno e quello femminile della compagna, ma che in realtà abbraccia in sé molte più prospettive e tematiche come la violenza, la sessualità, la vergogna, la genitorialità, la ricerca della propria individualità nella società e nella coppia, l'ossessione di un'autorappresentazione perfetta di noi stessi, la libertà e il controllo.

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Una distopia senza orizzonti pacificati


 

Veronica Raimo proietta nella sua Miden l'incubo di una società in cui tutto è una regola. La vita si riempie di precetti per regolare, allineare, contenere.
In questo riempirsi di regole, ogni cosa scorre via, fatica a imprimersi nella memoria. Resta ovunque un sentimento dell'assenza, si rimuove l'elemento disturbante per accogliere il normato.


Si è degni quando si incasella la propria esistenza dentro questionari. Crocetta dopo crocetta, bugia dopo bugia.
Si è fuori quando non si crede più al Sogno felice di Miden, piatto come lo sfondo di una fotografia.

Nel capovolgere la consueta dialettica vittima-carnefice, accusante e accusato, il romanzo ci pone interrogativi più ampi sui nostri punti di vista:

- Fino a che punto siamo disposti ad accettare le nostre fragilità?
- Quanto sopprimiamo il desiderio nel tentativo di aderire alle regole?
- Quante volte ci facciamo giudici della vita degli altri?
 


Veronica Raimo

Veronica Raimo racconta Miden e la scrittura: leggi l'intervista



Come riporta il New York Times, hai dichiarato che le scrittrici del presente sono sempre più capaci di dare vita a storie universali, ribaltando così un pregiudizio del passato che relegava le loro narrazioni nel campo della sola fiction di genere. Qual è secondo te la cifra chiave della scrittura femminile oggi?

Penso che forse possiamo smettere di interrogarci su questa ipotetica cifra. Cercare di rintracciare un filo rosso tra i libri scritti da donne rivela sempre un pregiudizio: anche quando il pregiudizio è positivo, l’operazione in sé è scorretta.
Però credo che sia proprio questo tipo di approccio che progressivamente sta cambiando, e i libri scritti da donne entrano nel dibattito culturale alla stessa maniera dei libri scritti da uomini.

Quello che permane è un problema di rilevanza e di “canone”, soprattutto se ci rivolgiamo al passato, dove è difficile rintracciare (basta pensare ai manuali di letteratura italiana che si utilizzano all’università) la presenza di scrittrici.


L’incomunicabilità, l’ineguaglianza nella società, la fragilità del desiderio, il corpo e la sessualità: ci sono tanti aspetti del rapporto tra donne e uomini che vengono sollevati nel tuo romanzo. Qual è quello che ti interessa maggiormente esplorare?

Mi interessava esplorare la fragilità ma anche la forza del desiderio, la sua natura irriducibile rispetto a delle istanze normative dettate dalla società.
In generale in letteratura mi interessa quello che rimane opaco, non risolto, quello che non torna. E credo che in questo senso Miden possa essere un libro abbastanza frustrante, perché parte da determinate premesse per poi minarle progressivamente, anche attraverso la differenziazione dei punti di vista.


Non volevo scomporre un orizzonte di senso per ricrearne un altro, ma mettere in discussione l’idea stessa di un orizzonte pacificato.

“A Miden il cielo è sempre bianco, così è difficile dare uno sfondo ai ricordi”: che ruolo gioca la memoria nel tuo libro e nei destini dei personaggi?

Oggi si parla molto del concetto di “gaslighting”, ovviamente in senso negativo, ovvero come forma di violenza psicologica che rende fragile la memoria del soggetto su cui è esercitata. Però credo che noi stessi ci induciamo un processo involontario di gasligthing.

Per me l’idea di essere completamente sinceri o trasparenti a noi stessi è impossibile, non credo esista una lucidità intaccabile rispetto alle scelte che facciamo: ci costruiamo in continuazione alibi e auto-convincimenti che ci permettano di oscurare ragioni meno nobili, distorciamo i ricordi, e nel romanzo ho lavorato molto su questo continuo editing di noi stessi a beneficio di un’autoassoluzione.

Il mondo di Miden ha tante caratteristiche che ci fanno riflettere sulle derive del nostro presente. Tra le altre, il rapporto con la diversità nella costruzione di una comunità. 
 Ci racconti la genesi della tua distopia?


Sono sempre molto scettica quando sento parlare di esperimenti sociali comunitari il cui senso risiede fondamentalmente nell’esclusione chirurgica del conflitto. Andare a vivere in campagna insieme a gente che la pensa esattamente come noi, scegliersi un quartiere altamente prestazionale dove siamo circondati dai nostri simili, oppure crearsi bolle virtuali per sentirci costantemente rassicurati nelle nostre convinzioni mi sembrano idee di società votate all’annichilimento.

Per quanto riguarda la genesi della mia distopia, sono partita prima dalla storia che volevo raccontare, dal rapporto tra i personaggi, poi ho creato un mondo intorno a loro che fosse più funzionale a quell’intreccio, un mondo in cui si cercava di normare tutto, compreso il desiderio. Io stessa ero piuttosto scissa rispetto a Miden: da un lato era un posto dove avrei vissuto volentieri (modellato sulla base di una serie di luoghi di un Nord Europa progressista dove ho effettivamente vissuto), dall’altro rappresentava il mio peggior incubo.

Scrittura e traduzione: nella tua esperienza sono due anime complementari di uno stesso processo o due atti creativamente separati?

Anni fa, avrei risposto che le due attività erano molto separate. Ora mi rendo conto che c’è un rapporto profondo di cui non ero nemmeno così consapevole. Forse perché rispetto a prima, tendo a considerare molto di più la traduzione una forma di riscrittura.


Prima che esplodesse il fenomeno del #metoo, nel tuo romanzo ti sei concentrata su una storia di denuncia retroattiva, raccontando in qualche modo la fenomenologia di un abuso nel tempo. È un aspetto che non sempre viene compreso, quindi come si fa a spiegare quello che il tuo personaggio intende quando dice: “Perché allora non lo sapevo. Ora lo so”?

In realtà per me c’erano due questioni fondamentali, non soltanto il processo di consapevolezza di una vittima che può maturare nel tempo, ma anche quello che viene dopo questa presa di coscienza, ovvero il processo di consapevolezza speculare: quello dell’accusato.
Mi interessava la possibilità – o l’impossibilità – di incontro tra questi due diversi processi di elaborazione.


Ed è quello che vorrei accadesse anche nella realtà, non credo che l’esito migliore del #metoo possa essere la condanna di quanti più uomini possibili, ma l’innescarsi di un confronto dialettico tra le parti.

Miden

Veronica Raimo

È un mattino cristallino come tanti a Miden. Una ragazza bussa alla porta di una coppia con un'accusa di abuso sessuale. L'accusato è il suo ex professore di filosofia. La compagna del professore aspetta un figlio. Sono entrambi approdati a Miden da un paese straniero, sprofondato nel Crollo: una devastante crisi economica. Miden è la società ideale che li ha accolti, un nuovo Eden di eguag...

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