Voce all’autore: Tutto chiede salvezza, il nuovo romanzo di Daniele Mencarelli

Un'intensa storia di sofferenza e speranza

di Redazione Libri Mondadori

O forse questa cosa che chiamo salvezza non è altro che uno dei tanti nomi della malattia, forse non esiste e il mio desiderio è solo un sintomo da curare. A terrorizzarmi non è l’idea di essere malato, a quello mi sto abituando, ma il dubbio che tutto sia nient’altro che una coincidenza del cosmo, l’essere umano come un rigurgito di vita, per sbaglio.

Dopo il grande successo de La casa degli sguardi
una nuova storia delicata e potente firmata da Daniele Mencarelli



Daniele Mencarelli
fa della letteratura una ricerca di senso.
La ricerca di una strada per arrivare all'essenza delle cose e anche delle parole giuste per scrivere di quello straordinario mistero che è la vita, sia nelle sue sfumature più dolci che in quelle rabbiosamente dolorose.
Se è vero che come diceva Giuseppe Pontiggia "La parola in poesia non ha sinonimi, perché l’autore li ha già tutti scartati per trovare l’unica giusta", per Mencarelli - poeta e romanziere - la conquista della parola giusta è un'àncora fondamentale in questo percorso. 


Dopo La casa degli sguardi, il suo precedente libro che si è aggiudicato il Premio Severino Cesari Opera Prima, il Premio Volponi e il Premio John Fante Opera Prima, e che è arrivato all'ottava edizione grazie al passaparola entusiastico dei lettori, l'autore torna con un romanzo di grande forza interiore: Tutto chiede salvezza è candidato all'edizione 2020 del Premio Strega

È la storia del TSO, il trattamento sanitario obbligatorio, che Daniele ha vissuto quando aveva vent'anni, nell'estate del 1994.
Sette giorni, sette tappe in una discesa profonda dentro la psiche e il cuore, ma soprattutto sette giorni per scoprire cosa succede nella sua anima e in quella dei compagni di stanza del reparto che trascorrono con lui la settimana di internamento coatto e che diventeranno dei fratelli.

La vita vista dall'ospedale, proprio come avveniva nel Bambino Gesù de La casa degli sguardi, assume forme cangianti: ha gli occhi sbarrati degli uomini che implorano aiuto, risuona come le risate e i pianti che echeggiano nei corridoi, prende la forma delle braccia che stringono ogni cosa per restare a galla.

Daniele Mencarelli racconta la storia di un uomo che, come tutti noi, chiede salvezza a suo modo: dovrà imparare di nuovo a camminare, a respirare, a guardare il mondo e i suoi spazi enormi, a cogliere la bellezza nascosta, quella che stordisce e innamora.
La storia di un'anima che ritrova se stessa passando per il buio più fitto, ma che ha la forza di non cedere mai. 

Una settimana fa volevo ammazzare la vita per la sua totale illogicità, per la certezza che nulla è prevedibile, che mi tocca in dote la maledizione di vivere senza mai farci l’abitudine, a niente, al bene come al male. Vivrò da infelice, prima o poi il dolore avrà la meglio, ma non siete voi quello che voglio diventare.

Tutto chiede salvezza

Daniele Mencarelli

Ha vent'anni Daniele quando, in seguito a una violenta esplosione di rabbia, viene sottoposto a un TSO: trattamento sanitario obbligatorio. È il giugno del 1994, un'estate di Mondiali.

Al suo fianco, i compagni di stanza del reparto psichiatria che passeranno con lui la settimana di internamento coatto: cinque uomini ai margini del mondo. Personaggi inquietanti e teneri, sconclusionati eppure s...

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Cinque domande a Daniele Mencarelli
sul suo nuovo romanzo


7 giorni, 7 tappe nel doloroso viaggio di un trattamento sanitario obbligatorio. Da quali parti di te nasce questo nuovo libro e come si connette ai temi e ai tempi de "La casa degli sguardi"?

Ho vissuto una decina d’anni, quelli tra i 17 e 27, facendo esperienze che sono rimaste nella mia vita come montagne, che mi hanno educato, anni di incontri decisivi per la mia formazione umana. Ho avviato la mia sfida da narratore partendo dalla vicenda che in un certo senso conclude quel decennio di grande, furiosa ricerca, ovvero il mio anno di lavoro al Bambino Gesù di Roma, da cui ho tratto La casa degli sguardi. Il romanzo nuovo, Tutto chiede salvezza, è un salto più indietro nel tempo, nel 1994.

Mi ritrovai sotto trattamento sanitario obbligatorio a causa di un incontro che mi sconvolse. Quella settimana di TSO mi ha permesso, per la prima volta, di affrontare i temi che da sempre vivo come un istinto insopprimibile.
Le prima persone con cui ho parlato veramente di me, che mi hanno accolto senza riserve, sono quelli che all’inizio del libro giudico come pazzi, malati. I miei compagni di stanza, che diventeranno fratelli, uomini pronti a concedersi interamente all’esistenza, al punto da farsi male con tutto.

Cinque uomini ai margini del mondo, cinque lottatori che rappresentano i "pazzi, di tutti i tempi, ingoiati dai manicomi della storia". Ci racconti l'incontro con questi personaggi, il loro messaggio?

Ai miei occhi, i primi giorni di TSO apparvero come il presagio di ciò che mi attendeva dalla vita. Erano i miei compagni di stanza a dar vita a quel presagio, dentro di me mi ripetevo “tu diventerai come loro”, ovvero un reietto, un freak che vive in una realtà e in un tempo diverso da quello degli altri. Poi li ho conosciuti davvero. E ho capito. La loro fragilità meravigliosa, l’incapacità di sottrarsi alle emozioni che governano il mondo, la ferocia disumana nel guardare se stessi.

Quegli uomini erano vivi, tremendamente vivi. Altri di loro, invece, erano la prova vivente di un destino avverso. Persone toccate da esperienze devastanti, perlopiù accadute negli anni dell’infanzia. Nella vita ho poche certezze, tra quelle più granitiche c’è la consapevolezza che di fronte a certe prove della vita tutti impazziremmo. Io sicuramente. I miei compagni di TSO più che messaggi mi hanno strappato, senza chiederlo, una promessa che ho mantenuto. Scrivere di loro. Loro come i bambini del Bambino Gesù, come tutta la vita esposta al dolore che chiede di essere testimoniata.

"Mi sono ferito con tutta la vita che potevo": una nuova storia che ci ricorda che senza sofferenza è difficile arrivare alla speranza. È così?

La vita è scavo, ricerca, esistenziale e linguistica. Prima parlavo di un istinto che non ho scelto. Io lo chiamo istinto al significato. Tutto mi chiede di essere interrogato. Tutto mi chiede da che parte stare. Lo scavo costa fatica, ore di lavoro e sofferenza.

Ma non conosco altro modo per avverarmi. Non mi accontento di vivere per sentito dire. Devo toccare, vedere con i miei occhi. Lo scavo, al fondo, lascia intuire attimi di luce, una speranza carnale, viva. Non chiedo altro da quando sono nato.

"Me sembra d’esse l’unico a rendese conto che semo tutti equilibristi", scrivi a un certo punto nel romanzo. Su cosa proviamo a stare in equilibrio?

Il mio equilibro poggia sulle mie fragilità, so di essere bravissimo a cadere, ma sono altrettanto bravo, questo l’ho scoperto negli anni, a rialzarmi e rinascere. A tante cadute hanno corrisposto tante rinascite. È bellissimo rinascere. Chi crede veramente nell’idea di un equilibro statico e imperituro non sa quanto sia bello tornare al mondo dopo essere caduti.

Accettare lo squilibrio di sé e del mondo, la precarietà assoluta dell’esistenza, credo siano le premesse per accogliere ogni momento della nostra vita per quel che è veramente. Un’occasione spesso irripetibile.

Che ruolo hanno la preghiera e la fede in questa storia? E la poesia?

Nella mia vita il tema della ricerca di Dio è semplicemente centrale, non ho ricevuto un’educazione cattolica, è nel mio modo di guardare, di accogliere ciò che vivo, la sacralità dell’amore. Nella settimana di TSO che racconto, dentro quella stanza di reparto psichiatrico assieme ad altri cinque uomini, ho avuto modo di rendermi conto di quanto il bisogno di Dio sia ancora centrale, determinante, in grado di innalzare l’uomo e avvicinarlo alla gioia, oppure di gettarlo nello sconforto più assoluto, sino alla follia. Poi esplode la parola, in forma di richiesta, esortazione, dramma. La parola è il mezzo per interrogare profondamente la realtà e se stessi, anche quando non si è scrittori.

Avviciniamo la nostra lingua al mondo per vederlo meglio, per chiarirci all’infinito le domande che nascono con noi. Io credo che vita e parola nascano insieme, lo scrittore, il poeta in particolare, riesce a cogliere le parole che sono già insite nella sua visione della realtà. La poesia è preghiera orizzontale, da uomo ad altro uomo, come rivelazione di sé, dell’amore e del dolore, come richiesta di condivisione. La preghiera è parola che cerca il vertice del cielo, come la bestemmia, i due estremi dell’uomo che non può fare a meno di Dio, sia per amarlo, sia per odiarlo. Io appartengo a questa razza.

Voce all'autore: Daniele Mencarelli racconta la sua rinascita al Bambino Gesù

Al Bambino Gesù ho fatto la conoscenza del dolore portato alla sua essenza più pura, invincibile [...] Di tutto questo mi porto quintali di parole non scritte, lasciate in giro per la mente, dimenticate e riprese centinaia di volte, per merito della realtà che me le ripropone nella loro grandezza.…

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