Targhetta e il romanzo in versi: ‘Perciò veniamo bene nelle fotografie’

Torna in libreria il caso editoriale che ha reso noto Francesco Targhetta nel 2012

di Redazione Libri Mondadori

Perciò veniamo bene nelle fotografie è il primo romanzo di Francesco Targhetta.


Pubblicato nel 2012 per isbn editore, divenne subito un piccolo caso editoriale. Dopo la calorosa accoglienza di critica e pubblico de Le vite potenziali (vincitore del premio Berto e secondo classificato al premio Campiello 2018), Mondadori ripubblica l'opera prima di Targhetta, dando di nuovo voce ai suoi personaggi.

Perciò veniamo bene nelle fotografie

Francesco Targhetta

"Non si muove nessuno, qua, perciò veniamo bene nelle fotografie": sono i versi implacabili che sintetizzano la condizione di una generazione, quella del protagonista di questo romanzo e dei suoi amici, talmente precari da risultare fermi, paralizzati. L'io narrante è un dottorando in storia che, con l'amico Teo, operatore di call center, si trasferisce dalla provincia veneta nella Padova uni...

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Il romanzo degli "sfuturati d'Italia"

Scritto mentre l'autore era dottorando all'università, Perciò veniamo bene nelle fotografie racconta in versi l'epopea di un giovane universitario in una città di provincia.

Quella che Targhetta ritrae è una generazione ferma, immobile, in attesa di qualcosa che stenta ad arrivare. La particolarità del libro non sta soltanto nell'aver centrato un tema ancora attualissimo. Il romanzo infatti va oltre e descrive la generazione dei ventenni in versi sciolti, utilizzando la poesia per parlare e ridere di sé.

Tra un prosecco di sottomarca e uno slancio esistenzialista, i personaggi di Targhetta condividono speranze, eroi, studio, sogni e delusioni in un appartamento studentesco alla periferia di Padova. In un quartiere in cui si mescolano nigeriani, moldavi e magrebini, le loro vite procedono senza scosse, disperatamente alla ricerca di una via d'uscita da uno stallo che ha il sapore della disillusione e della rassegnazione.

Il risultato è un romanzo in versi felice e profondo, che Targhetta ha accettato di ripubblicare - come dichiara in una nota - "senza in alcun modo sovrapporre la mia attuale sensibilità a quella di allora".

L'unica modifica all'edizione del 2012 sono solo tre brevi gruppi di versi "stralciati dal testo originario in fase di editing" e l'aggiunta di una postfazione di Andrea Cortellessa, già nel 2012 grande estimatore del romanzo in versi di Targhetta.

Leggi l'estratto

Dal Capitolo XVII

Colpevole è la Signora Santini,

che in cucinino aveva piastrelle

come quelle della casa dei nonni,

e tutte le caramelle Rossana

che mi offriva, con quel ripieno

infettivo e la superficie collosa,

nelle visite alla sua decadenza

durante autunni di minacce

atomiche; colpevoli, di più, sono

i coniugi Moro, per le Fiesta

ubriacanti in pomeriggi afosi

segnati con le impronte di camion e tir;

colpevole è il barista all’imbocco

della via, che d’estate regalava

a me e a mio fratello un Calippo

all’arancia, alla menta, al limone,

quando l’afa stagnava sulle seggiole

a stringhe assieme ai pensionati

e al giro di Francia; colpevole è

la televisione, colpevoli tutti,

                                         se adesso

dipendo dagli orsetti gommosi,

da Haribo fucsia e liquirizie flessibili,

dai marshmallows verdi al sapore

di nichel e i coccodrilli fruttati

prodotti in segreto in armerie

colombiane coi tetti di eternit,

da banane imbottite di zucchero

e chupa-chups alla panna e fragola,

alla mela cotogna, alla Coca-Cola,

che è il massimo dell’astrazione

chimica raggiungibile dall’uomo,

            è colpa anche di mia nonna materna

e delle Big Babol al gusto uva,

           un aroma semisiderurgico

    che poi sfociava nell’indistinto

dopo un paio di minuti goduti

con una furia quasi animale, e di certo

     rea è mia madre se adesso

   ho iniziato a datare gli anni

dalle merende che mangiavo allora,

dal biscotto inzuppato a colazione,

dai cracker della scuola. La frase

delle Nastrine ebbe un ruolo centrale,

verso il novantaquattro, nel tentativo

di ritrovare, a stento, un contatto

        con il soffice, il naturale,

ma il proposito sfociò – ricordo –

in un revival di Girelle e Saccottini,

Soldini, Crostatine al cioccolato,

tutta roba con apporti calorici c

ome Pil di paesi asiatici, mentre

i giorni steccavano sui muri,

brutali, marcandomi la complessione

e i tratti del viso, che crescevano

col ritmo dei quartieri residenziali.

              Colpevole sono io,

e in misura maggiore (all’asilo

           le suore mi mettevano

in punizione persino se capitava

che sbadigliassi troppo), perché

opporre, dovevo, maggiore riluttanza,

a quella disintegrazione, e se ora

ti ritrovi corrotto nella plastica

divelta della tua pelle e Vinavil,

nelle spire di mattine nel traffico

e di malori che rodono lenti,

con una vaga sanità apparente –

              uscire per fare nuovi acquisti,

                         fermarsi alle pompe di benzina

              e servirsi, e fornirsi da soli,

                         costruirsi i mobili per hobby

              dietro incentivi capitalisti,

                         il tuo terrore, il tuo spavento:

              l’opposizione allo shopping

              come ulteriore inglobamento,

                   e il ventre ti si squassa se vedi

              dalla finestra il market dietro casa

              che incoraggia, con sconti invitanti,

                         a usare le sue casse fai da te

                  (perché sono più forti, ecco perché) –

è anche colpa tua, della tua resa

quotidiana, se adesso i tuoi orgogli

     sono cosa rara, pensi,

masticando bisontici snack,

           perché il dolore ormai

lo senti, non puoi più mascherarlo

digrignando i denti, schiacciarlo sotto

i tappeti con la scritta welcome

davanti agli usci degli appartamenti,

e cercare affermazioni ordinarie

nelle crespe di flaccide routine

   è fango, umiliazione, reato,

           roba da smaltire nel gin.

Colpevoli tutti, ti dici, mentre

atterri sui murales di una Padova

sfitta, come a un nascondino

giocato da adulti dove nient’altro

vinci che colpa, e sbarcato il trolley

in via Vecellio salti subito in bicicletta,

per uno spritz con Los, in un qualunque

bar di proprietà fascista, cioè,

appunto, in un qualunque bar.

I romanzi di Francesco Targhetta