‘La partita’ di Piero Trellini: il romanzo di Italia-Brasile ’82

di Redazione Libri Mondadori

La partita più bella della storia del calcio
come nessuno l'ha mai raccontata


Piero Trellini aveva dodici anni in quel caldo pomeriggio del 5 luglio 1982 in cui l'Italia e il Brasile si sfidavano all'Estadio de Sarriá di Barcellona.
Dodici anni non sono tanti se confrontati con l'arco di una vita, ma sono sufficienti per capire che si sta assistendo alla "partita più bella della storia del calcio". E vederla a dodici anni è un'esperienza unica perché hai gli occhi pieni di sogni e un'infinita voglia di fare il tifo per il futuro.

Quel giorno il miracolo l'hanno colto tutti quelli che si erano schierati davanti ai televisori di casa, nei bar, dagli amici. Sia chi di calcio s'intendeva che chi tifava per puro spirito collettivo - perché i Mondiali, si sa, ci rendono tutti più italiani.
Lo hanno capito in quei novanta minuti ma nessuno in Italia se l'aspettava, non quando giochi con la squadra più forte del mondo che con il suo futebol bailado dribbla e disorienta l'avversario in una danza tattica e dinamica.
Eppure il 5 luglio 1982 un intero Paese che non osava sperare, che usciva fiacco da anni di ferite e scandali, che era dato perdente da tutti i cronisti sportivi, ha vinto La partita. E da allora il calcio non è stato più lo stesso

Piero Trellini è un giornalista che è abituato a scrivere di sport e di storie di sport, ma con questo romanzo parla di un evento che è stato già raccontato in un modo in cui nessuno l'ha mai fatto.


Chi si aspetta solo una cronaca dei novanta minuti, un primo piano sulle emozioni, accenni storici sui calciatori e i protagonisti del match, sbaglia: La partita è tutto questo e molto di più. È la storiografia di un'epoca che affonda le sue radici molto lontano, nella preistoria dell'Italia, del Brasile e del calcio, che poi attraversa i primi anni del '900 e ci racconta la nascita di giornali, marchi sportivi, case editrici, compagnie energetiche, leggende, diluvi universali, processi, ribellioni, boom economici.
Perché Italia-Brasile 1982 non è solo una partita, è un incontro che si è preparato molto prima e nel quale si intreccia una miriade di storie


Piero Trellini scrive con lo scrupolo dello storico, la competenza di un cronista e la passione di un tifoso e per questo ci rapisce e ci emoziona. Ci fa sentire nei panni di Paolo Rossi, di Telê Santana, di Enzo Bearzot, di Sandro Pertini, di Dino Zoff e di tutti quelli che quel giorno erano lì. Ci collega in un'ideale linea del tempo che trova culmine in questo incontro straordinario.

Piero Trellini racconta 'La partita'

La partita. Il romanzo di Italia-Brasile

Piero Trellini

Nel pomeriggio più caldo del secolo si incrociano i destini di un arbitro scampato all'Olocausto, un centravanti in attesa di rinascita, un capitano che ha fatto la rivoluzione, un fotoreporter con un dolore al petto, un portiere considerato bollito, un centrocampista con le scarpe dipinte, un commissario tecnico con la pipa e un inviato alla sua ultima estate.

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"Avevo notato che di quella partita si parlava sempre allo stesso modo":
Piero Trellini racconta il perché de La partita


Avevo notato che di quella partita si parlava sempre allo stesso modo. L’epicentro era la favola naturalmente. Un allenatore d’altri tempi che, contro tutti, punta fino all’ultimo su un giocatore considerato finito e da lui viene ripagato quando il destino sembra già scritto. C’entrava anche il mito. Davide contro Golia. E poi la storia. O le storie. Erano tante: molte nascoste, alcune segrete, qualcuna inedita. Alcune di queste erano straordinariamente insolite o incredibilmente drammatiche. Tutte, ai miei occhi, apparivano meritevoli di essere raccontate. E poi c’era la partita stessa. Sembrava scritta su uno spartito. Ma già tra gli elementi più evidenti ce ne erano molti affascinanti che mi sembrava fossero stati fin dal principio trascurati. A volte erano semplici istanti. E avevo desiderio di fermarli, dilatarli, studiarli come sotto a una lente.

Ciò che mi premeva di più, però, era ricostruire la storia di ciascun aspetto, anche inanimato – ricercandone non tanto le cause ma le origini - per poter così vedere la partita sotto una luce nuova. Così ho iniziato a seguire i fili per rintracciare i “perché” nascosti al principio. Per poterlo fare lucidamente ho fissato quindi due parametri: lo spazio e il tempo.

Il primo mi ha aiutato a capire quali fossero gli elementi (il cosa e il dove), il secondo da dove provenissero (il come, il quando e il perché). E così ecco un pallone, un arbitro, due squadre e un prato appena tagliato. Intorno molti cartelloni, centinaia di fotografi, migliaia di spettatori, decine di cameraman, una folla di giornalisti e qualche autorità. Ad abbracciarli palazzi fatiscenti di una Barcellona ancora senza identità sotto al sole più caldo del secolo. Come sono arrivati tutti lì? Quali sono le loro storie? Da dove partono i loro inizi? E dove si incrociano i loro percorsi?

Per trovare le risposte ho quindi accumulato dati, eventi, storie e ritratti. Ho dovuto verificare fino alla fonte madre ogni singolo episodio che intendevo utilizzare. Per essere più certo ho cercato di ottenere sempre un numero, perché questo mi aiutava a dare esattezza. E ne ho trovati molti, delle tipologie più diversificate, anche se poi non li ho quasi mai riportati: dalla targa del pullman Pegaso 6100S utilizzato dalla Nazionale italiana in Spagna (M7242R4) alla matricola dell’orologio digitale dell’arbitro Klein (120303), passando per il civico dell’indirizzo di Vigo nel quale Mario Soldati è andato a farsi radere la barba per quattordici mattine da Manuel Blanco Varela, detto Manolo.

La partita Trellini Mappa
In seguito ho creato molte mappe e ho iniziato a incrociare i dati (anche assurdi, come quello legato al 2-1, quando un filo di marketing sottile e beffardo legò il percorso della palla facendola roteare da una scarpa - di Cerezo - all’altra - di Rossi - nel nome di Lancer, la casa di abbigliamento sportivo che aveva un contratto con entrambi).
Molti di questi incredibilmente hanno trovato radici comuni. Dal rapporto conflittuale tra un padre e un figlio, ad esempio, viene fuori buona parte dell’Italia di quel giorno.

La densità del racconto mi ha indotto a scegliere l’impostazione più lineare, assemblando un’opera composta da un elevato numero di singole unità autoconclusive e autosufficienti le quali, solo sommate tra loro, restituivano una certa idea di complessità.

Così La partita è diventata un contenitore di storie, concatenate tra loro, dirette tutte verso un’unica coordinata, quel fatidico lunedì 5 luglio 1982 dentro lo stadio Sarrià di Barcellona. Ma nel momento in cui inizia la battaglia sul campo sappiamo ormai che questa nasconde un impetuoso groviglio di storie sotterranee.
Matasse intessute, destini incrociati, fatali casualità. E quell’incontro, che ormai tutti ricordiamo a memoria, a quel punto non potrà più essere lo stesso.