‘Il destino dell’orso’: intervista a Dario Correnti

di Redazione Libri Mondadori

Il destino dell'orso è il nuovo thriller di Dario Correnti, già autore del best seller Nostalgia del sangue.
La cornice della storia è una valle svizzera dove, in un giorno d'estate, un industriale milanese viene sbranato vivo da un orso. Torna a indagare la coppia di personaggi del precedente romanzo: Marco Besana, giornalista di nera stanco e disilluso, e Ilaria Piatti, giovane reporter precaria e appassionata.
Un duo complementare che, lasciata Milano alla volta dell'Engadina, viene presto risucchiato da una spirale di morti violente e misteriose, tutte avvenute nei pressi della valle.

Secondo loro tutto ciò non può essere casuale, sembra esserci dietro qualcuno di perverso e sfuggente, abituato a sparire tra le montagne che con il loro silenzio nascondono una verità a cui loro sono decisi ad arrivare. Pagando anche un caro prezzo a livello personale. 
Con questo nuovo romanzo Dario Correnti, pseudonimo sotto cui si celano due autori, si conferma abile nel costruire thriller dal ritmo incalzante e personaggi che non sono mai quello che sembrano, con debolezze e desideri spesso in contrasto. 

 


La signora subito afferra Marco per un braccio. «Mi ascolti, è innocente! Quell'orso è innocente!» Si guarda intorno, preoccupata. «Non è il caso di parlarne qui, c'è troppa gente, non possiamo fidarci di nessuno. Ma lei è un giornalista e deve sapere.
Se vuole domani vengo a trovarla in redazione e le racconto tutto.» Besana fa cenno di sì, cercando di sfuggire alla presa. Ma Marta lo tiene stretto, allunga il collo e avvicina le labbra al suo orecchio.
«Achille è stato avvelenato come tutti gli altri» dice sottovoce, e lo fissa con occhi pieni di terrore.


Il destino dell’orso

Correnti Dario

In una valle svizzera, un giorno di luglio, un industriale milanese viene sbranato vivo da un orso. Marco Besana, giornalista di nera con troppi anni di lavoro alle spalle e altrettanta disillusione addosso, è costretto controvoglia a occuparsi di quella strana morte. Sarebbe facile archiviare il caso come un incidente di montagna se Ilaria Piatti, giovanissima reporter, perennemente precaria,...

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Dario Correnti racconta Il destino dell'orso:
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Dalla periferia del nord Italia all'Engadina: in che modo la geografia dei vostri romanzi influisce sui meccanismi del thriller e sui loro personaggi? Come mai, tra le tante ambientazioni di montagna, avete scelto la Svizzera?

In Nostalgia del sangue siamo partiti dalla storia di Vincenzo Verzeni, il primo serial killer italiano, quindi la Bergamasca era una scelta obbligata, se volevamo ricreare la stessa scena del crimine. In questo secondo romanzo, invece, il punto di partenza era un orso, quindi ci serviva uno scenario di montagna. Abbiamo scelto l'Engadina perché è meno raccontata rispetto all'Alto Adige, almeno nella narrativa di genere. In questo caso il riferimento storico è la vecchia dell'aceto, un'avvelenatrice seriale del Settecento, vissuta a Palermo: ma in Sicilia non ci sono gli orsi, se non nel famoso racconto di Dino Buzzati. Comunque. anche se il romanzo è ambientato in Svizzera, i personaggi principali sono tutti italiani. E Milano, come nel precedente, fa da sfondo.


Ilaria Piatti e Marco Besana: un nuovo capitolo, due personaggi che i lettori hanno tanto amato. Che tipo di evoluzione ciascuno di loro conosce ne Il destino dell'orso? 


Intanto in questo nuovo romanzo cambia il loro rapporto, hanno anche degli scontri. Ilaria è cresciuta professionalmente e Besana non è più un maestro indiscusso. Poi, entrambi si innamorano di persone sbagliate che li fanno soffrire. E cercano di aiutarsi a vicenda, con scarso successo. Sotto sotto, anche se non lo ammetterebbero mai, sono un po' gelosi l'uno dell'altro. E poi c'è una new entry non secondaria: il cane Beck's, che Ilaria ha regalato a Marco. Adesso sono in tre.


Il thriller non è solo un genere letterario, è un modo di pensare le storie. Ci raccontate qualche retroscena del lavoro autoriale di Dario Correnti?

Nel primo ci dividevamo i compiti, questo invece è proprio stato scritto a quattro mani, a voce alta, davanti allo stesso computer. Solo alcune parti sono state scritte separatamente. Quindi è stato molto più divertente lavorare perché ci confrontavamo e ci smontavamo a vicenda. Abbiamo dovuto imparare molte cose nuove, sulle piante velenose, sugli orsi, sulla tossicologia. Dietro ai nostri libri c'è sempre una ricerca. Chi l'avrebbe mai detto che oggi saremmo stati capaci di riconoscere da lontano un fiore di aconito o di evitare di fare innervosire un orso?


Quali sono i lati più interessanti dello scrivere sotto lo pseudonimo Dario Correnti? Come coltivate la relazione con i lettori?

È un po' difficile nei rapporti con gli amici: non possiamo dire perché siamo impegnati, loro non possono capire perché siamo stanchi. Per fortuna, fin qui, nessuno di loro ci ha collegati a Dario Correnti.

In compenso, scrivere sotto pseudonimo ti dà una specie di ebbrezza, ti senti molto più libero. Per quel che riguarda i lettori, i social hanno cambiato tutto: una volta, scegliere lo pseudonimo significava rinunciare al dialogo con loro, era un po' come entrare in clandestinità.
Oggi non più.


Le armi e i metodi dell'assassino di questo romanzo sono non convenzionali e sofisticati. Ci raccontate di più su questa scelta?

L'idea ci è venuta leggendo la storia di Giovanna Bonanno, che per uccidere usava aceto per pidocchi, una sostanza che i medici del Settecento facevano fatica a rintracciare, perché non aveva gli stessi effetti dei veleni conosciuti, come la perdita dei capelli.

Con la tossicologia moderna e le tecniche più raffinate di analisi, è molto più difficile far apparire un avvelenamento come una morte naturale. Ma abbiamo scoperto che gli esami tossicologici standard non includono diverse sostanze potenzialmente letali, che devono essere cercate con test specifici. E ci è sembrata una sfida notevole per un serial killer contemporaneo.