La mia rinascita al Bambino Gesù: intervista a Daniele Mencarelli

di Redazione Libri Mondadori

Al Bambino Gesù ho fatto la conoscenza del dolore portato alla sua essenza più pura, invincibile [...]
Di tutto questo mi porto quintali di parole non scritte, lasciate in giro per la mente, dimenticate e riprese centinaia di volte, per merito della realtà che me le ripropone nella loro grandezza. Ma grazie a tutto questo sono, un poco al giorno, tornato a vivere.

Daniele è un giovane poeta che vive una sofferenza grande, grandissima, che arriva da dentro, da chissà dove.
La sua "malattia invisibile, all'altezza del cuore o del cervello" apre una spirale fatta di solitudine, di alcol, di incomunicabilità con chi lo ama. Lo fa scivolare nella dimenticanza, in uno stato di perdita in cui lo stare al mondo è, solo per un istante, più lieve.
Per resistere al dolore cerca rifugio nel lavoro ed entra in una cooperativa legata all'Ospedale pediatrico Bambino Gesù.
È l'inizio di un viaggio in una sofferenza indicibile, quella dei piccoli malati, delle loro famiglie e di Daniele stesso che non sa spiegarsela, ma sarà anche il primo passo per tornare a vivere e capire.

Attraverso la visione del male, affilato nella sua essenza, il protagonista impara che il senso della vita può essere colto interamente in un luogo come l'ospedale, casa di brutalità e di grazia, casa di incontri e di sguardi intensi, tanto intensi quanto impossibili da sostenere.
Ma Daniele Mencarelli non abbassa lo sguardo e questa esperienza decide di metterla in parole, prima in poesia (tra le sue raccolte principali Bambino Gesù. Ospedale Pediatrico Figlio), poi in questo romanzo, La casa degli sguardi.
Con coraggio, commozione e gratitudine perché, come altri, anche lui al Bambino Gesù ha trovato la salvezza.


 

Con La casa degli sguardi l'autore si è aggiudicato il Premio Severino Cesari Opera Prima, il Premio Volponi e il Premio John Fante Opera Prima.


 

bambino gesù

 

La casa degli sguardi

Daniele Mencarelli

Daniele è un giovane poeta oppresso da un affanno sconosciuto, "una malattia invisibile all'altezza del cuore, o del cervello". Si rifiuta di obbedire automaticamente ai riti cui sembra sottostare l'umanità: trovare un lavoro, farsi una famiglia... la sua vita è attratta piuttosto dal gorgo del vuoto, e da quattro anni è in caduta "precisa come un tuffo da olimpionico". Non ha più nemmeno ...

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Dolore e rinascita al Bambino Gesù:
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Entriamo subito nel vivo della tua storia che parla di dolore e di rinascita: come è nata l’urgenza di raccontarla? In che modo la sofferenza ti ha fatto tornare a vivere?

All’Ospedale pediatrico Bambino Gesù ho dedicato un libro di poesia alla fine dell’anno che ci ho passato dentro come operaio, tutto quello che ho raccontato nel romanzo, ma nelle poesie mancava una storia, la mia, di salvato dall’Ospedale. A distanza di diciassette anni ho deciso di tornare a scrivere di quell’esperienza perché sentivo che dentro di me iniziava a sbiadire, a scontornarsi, e non potevo permetterlo. Nei luoghi di dolore e sofferenza aleggia qualcosa di indicibile eppure assolutamente presente, dentro posti come il Bambino Gesù perdiamo le poche, finte certezze che la normalità ci offre, torniamo alla nostra dimensione più vera, nuda e umana. Ci riscopriamo esseri interroganti, che cercano di realizzare nell’altro il proprio desiderio di condivisione, attraverso una parola, un gesto di conforto. Questo mi ha fatto tornare a vivere: vedere l’umanità nella sua condizione più esposta e indifesa, che, per istinto, ho sempre sentito di dover accogliere e proteggere, per come posso, con l’unico strumento che mi è dato. La scrittura.

Poeta (nella tua ultima raccolta Tempo circolare sono confluite anche le poesie sull'esperienza al Bambino Gesù) e adesso narratore: ci racconti il ruolo che la parola ha giocato e gioca nella tua vita?

Alla fine del romanzo, nei ringraziamenti finali, dedico le ultime parole ai bambini e alle famiglie in lotta dentro il Bambino Gesù, e dico: perché non ho altro modo di testimoniare. La parola per me è la prima sostanza da avvicinare alla realtà, con la parola si nomina il mondo, e lo si lascia in eredità a chi nasce dopo di noi. Scrivo come forma di testimonianza, come dichiarazione d’amore ai viventi, che continuano a incuriosirmi, stupirmi, perché, malgrado tutto, non ho altro modo di avverarmi se non nell’altro. E poi la parola, nella sua apparente povertà, è ancora oggi lo strumento più potente offerto a noi umani.

Nel libro scrivi che il primo contatto con il mondo dell’ospedale Bambino Gesù e con le sue persone ti ha fatto sentire piccolo, inadeguato. Qual è la cosa più preziosa che hai imparato dai bambini e dalle famiglie che vivono un dolore così grande?

L’ospedale mi ha inciso nella memoria un metro, una misura assoluta. Mi ha insegnato che il male più grande che possa vivere un essere umano non è quello che si scatena nel suo corpo, ma è quello sciagurato che si avventa sul corpo di chi ha messo al mondo, che ama più di tutto. Una testimonianza di sofferenza che diviene ben più grande della sofferenza stessa. Cosa dire a chi è sottoposto a un destino del genere? Di fronte a simile prove tutto assume la sua reale dimensione, le nostre piccole banalità quotidiane ci appaiono per quel che sono veramente. Ecco quello che mi ha lasciato in dote l’ospedale, una consapevolezza rispetto al mio dolore, a quel dolore che rimbombava nella mia mente al punto da impedirmi di vivere, ma che era al cospetto di quello dei bambini nient’altro che pulviscolo. 


“Se ci sei tu, Dio, dietro tutto, quello che fai compiere qua dentro non è giusto.” La fede può vacillare di fronte all’ingiustizia della malattia e nel tuo libro racconti bene questo sentimento di impotenza e di ricerca di senso. Oggi, a distanza di anni dal momento più buio, che risposta ti sei dato?

Da quando ho memoria, ho sempre inteso la vita come un’enorme corsa alla ricerca di senso. Questa smania, come facilmente immaginabile, dentro il Bambino Gesù è semplicemente deflagrata. L’inspiegabile, o forse il fin troppo spiegabile, è che dentro l’ospedale, nel luogo apparentemente più distante da qualsiasi forma di dialogo con Dio, ho trovato la forza di concedermi alla speranza, come mai mi era capitato. La realtà vive di ossimori, corto circuiti che non si lasciano spiegare, ma che pretendono di essere vissuti nella loro totale enigmaticità. Come il sentirsi protetti da Dio nel luogo in cui sembra averci abbandonato per sempre. Ma questa protezione, diciamo così, mi è data per istanti, piccole grandi epifanie. Per il resto, oggi come ieri, ci si sveglia e s’imbraccia il fucile, come franchi cacciatori, per citare uno dei poeti che amo di più e che nomino anche nel romanzo: Giorgio Caproni.

La casa degli sguardi è uscito nel febbraio 2018 e, a un anno e mezzo di distanza, è arrivato alla sesta edizione. Quali emozioni sono nate dall’incontro con i tuoi lettori?

La gamma di sentimenti ed emozioni che vivo quotidianamente è enorme, meravigliosa e allo stesso tempo gravosa, perché con le vite e i sentimenti degli altri non si scherza, perché ho sempre visto, sentito la scrittura come un gesto che richiede naturalmente un certo tipo di serietà, e coraggio. Il contatto con i lettori è la vera realizzazione del mio lavoro, attraverso il dialogo con loro ho modo di conoscere meglio la mia scrittura, perché parto dal presupposto che non posso essere io a concluderla, ma solo coloro a cui è rivolta. Quasi tutte le sere, mentre aspetto che il sonno arrivi, mi ritrovo a pensare alle persone, sempre di più, che hanno amato il mio romanzo. Alla vita non saprei cos’altro chiedere.

Osp. Bambino Gesù - Pediatria Gianicolo