Alessandro Barbaglia: i luoghi dell’Invisibile

Due passi avanti e uno indietro

di Redazione Libri Mondadori

di Alessandro Barbaglia


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Il primo passo. Il prato della mia fantasia

Sara è la mia compagna, va detto subito, se no non si capisce.
Sara, quando sale in macchina, allaccia la cintura di sicurezza con uno sforzo non suo, con una fatica tutta nuova e – soprattutto – ci riesce soltanto al terzo tentativo.
Lei, di solito magra e tutta agile (gioca a calcio, Sara, fa l’ala, va sul fondo, dribbla tutte e crossa delle sassate all’inglese, spedisce il pallone teso e forte a centro area, preciso e potente per l’incornata della punta), adesso fa fatica a fare tutto, deve impegnarsi molto anche solo per quel gesto semplice di sicurezza: allunga il nastro di nylon nero tre volte e lo blocca con il ginocchio per non fargli toccare la pancia prima di chiudere l’aggancio.
Quando ci riesce ha il fiatone.
Aspettiamo un bimbo.
Non da ieri, a dire il vero, da otto mesi. Qualche giorno in più. Il che significa che lo aspettiamo come si aspettano le lasagne il giorno di Natale e sono già le 11.47 del mattino: come si aspetta qualcosa che ancora non c’è, ma di cui si vede la forma e si sente forte il profumo.
«Sarà felice tuo figlio quando gli dirò che lo paragoni a una lasagna» dice.
«Lo spero proprio» rispondo.
«Che io glielo dica?» Si tocca la pancia, forse un calcetto.
«Che sarà felice.» Le tocco la pancia, di certo una carezza.
Le chiudo la portiera dell’automobile, poi faccio il giro, salgo, metto in moto, guido.
Al fondo della via il semaforo è ancora rosso.
Ci hanno detto di non allontanarci troppo dall’ospedale di Novara, ci hanno detto che potrebbe nascere in ogni momento e, infatti, noi stiamo andando a cercare un prato. In Trentino Alto Adige. In Val di Non. Sulle Dolomiti. A quattrocento chilometri da casa, dall’ospedale, dal nostro dovere di bravi e futuri genitori.
Forse è quasi peggio di così perché quello che stiamo andando a cercare non è un prato qualsiasi, è il prato in cui Dino, Sofia e Ismaele, da bambini, giocavano a vedere l’Invisibile. E poi lo nascondevano nell’Atlante.

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Insomma, in una situazione in cui non dovremmo uscire di casa stiamo andando a cercare un prato che non esiste, quello che mi sono inventato come teatro del mio romanzo, il prato della mia fantasia dove giocano e vivono i personaggi della mia storia.
Tutti e due, forse già tutti e tre, sappiamo benissimo che quel prato non esiste. Ed è per questo che non solo lo stiamo cercando, ma siamo certi che lo troveremo.
Ora il semaforo è verde, come il prato, e allora accelero e Sara dice: «Piano… piano» e allora io freno.
«Non tu, tu vai o non arriviamo più, piano lo dico a lui…»
Nella pancia. Forse un calcetto. Magari già un cross all’inglese, come la mamma.
Ma da adesso in poi, per sei ore di macchina e innumerevoli pipì, la contabilità dei calci, davvero, non la teniamo più.

L’Atlante dell’Invisibile

Alessandro Barbaglia

Ismaele, Dino e Sofia hanno quarantadue anni in tre quando nel 1989, in una sera di fine estate, rapiscono la luna in segno di protesta.

Vivono a Santa Giustina, un lontanissimo paese fatto di baite di legno ai piedi delle Dolomiti che sta per essere sommerso da un lago artificiale, portandosi dietro tutti i loro ricordi, le gare con le lumache, il prato del castagno, i primi baci.

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Un passo indietro. Rapire la luna per salvare se stessi

Faccio il libraio, vivo di libri e storie altrui.
Il libraio è il lavoro più bello del mondo, è il mestiere di chi deve trovare la storia d’amore giusta – un libro – e consigliarla all’innamorato adatto: il lettore. Perché tutte le storie sono storie d’amore, e ogni lettore vuole innamorarsi.
Sono un libraio, insomma, un anno e mezzo fa ho scritto un libro, La Locanda dell’Ultima Solitudine, e alla fine ero così felice – profondamente felice – che pensavo non avrei scritto mai più nulla. Pensavo sarei tornato a fare solo quello che ogni lettore è chiamato davvero a fare: leggere.
E invece è successo ancora. Un giorno, un martedì di un anno fa, Dino ha bussato dentro i miei occhi.
Ho cercato subito di chiudere le palpebre per non farlo entrare, e quando le ho chiuse, però, lui era già dentro. E non è scappato più.
Dino allora ha raccontato ai miei occhi chiusi che con i suoi amici – Sofia e Ismaele – una notte hanno rapito la luna.
«E l’abbiamo fatto per davvero» mi ha detto. «E l’abbiamo messa al sicuro nell’Atlante dell’Invisibile.»
«E perché?» ho chiesto io. «Per salvarla» ha risposto lui, ma io ho capito subito che mentiva; perché era chiaro che la luna l’avessero rapita davvero, la bugia era il motivo per cui l’avevano fatto: non l’avevano rapita per salvarla, ma per salvarsi. Il che cambia proprio tutto.
La storia di Dino, invisibile come ogni cosa immaginata, è diventata la storia che ho iniziato a scrivere. Per capirla e per comprendere bene quella sua bugia fatta di salvezza.
Sì perché il loro prato, il loro paese, era minacciato dalle acque di un lago artificiale, gli adulti stavano costruendo una diga a fondo valle e la loro infanzia stava per essere sommersa – come quella di tutti, dall’età adulta, direte voi, certo – ma la loro verrà sommersa ancora di più: finirà sotto un lago. Celata da qualcosa di molto più concreto del tempo che passa. Affogata dall’acqua che resta. Che copre, offusca, protegge. Conserva. Ci ritorneranno da grandi.
Ma nel frattempo, per ribellarsi, la notte prima che il prato dei loro giochi sparisca, rapiscono la luna.
Quel lago esiste davvero: è il lago di Santa Giustina, in Val di Non, il secondo lago artificiale più grande d’Europa; anche la diga esiste davvero, è la diga di Santa Giustina, una delle più alte d’Europa. Il resto è la mia storia, e io sono andato a cercarne le origini.

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E un secondo passo. Il lago sbagliato e i gradini di San Romedio

«E dimmi un po’» mi chiede Sara, quando arriviamo, «questo prato che stiamo cercando, vicino al lago, tu sei sicuro che sia questo, sì?»
«No…»
«Però sai come riconoscerlo, vero?»
«Ma quello è facile: è l’unico invisibile, lo vedi subito un prato invisibile, non è che puoi sbagliare» dico.
E Sara per un istante credo voglia darmi una sberla. All’inglese, però, tipo da destra a sinistra.
Sara è come una caravella, il nuovo mondo è sempre e comunque lei, viaggia verso il futuro che porta in sé. Ma come una caravella pure cammina, un passo a destra e oscilla a destra, uno a sinistra e oscilla a sinistra.
Certo, il fatto che ci sia neve sul sentiero nel bosco che stiamo facendo non è che proprio faciliti le cose, e forse oscilla così anche solo per quello.
Lago di Tovel.
Il primo posto in cui cerchiamo il prato che non esiste è sul lago sbagliato.
Dino mi ha detto che il loro prato è vicino al lago di Santa Giustina, sotto il Castello di Cles, e noi lo cerchiamo sul lago di Tovel. Perché? Perché fino a qualche anno fa il lago di Tovel diventava tutto rosso. Un’alga reagiva con il sole della primavera, sbocciava, germogliava sotto la superficie e tinteggiava di rosso le acque. Interamente. Tipo tempera, o bustina di tè nella tazza d’acqua bollente.
La natura faceva arrossire il lago come un adolescente che riceve per la prima volta un’ipotesi di bacio. Ora non lo fa più, ora il lago è solo color smeraldo.
Quando ci arriviamo, io e Sara, il lago di Tovel è di una bellezza abbagliante. E non solo non è rosso, ma non è neppure smeraldo: è bianco. E non solo è completamente bianco, il lago, ma è persino totalmente sparito. È sotto una lastra di ghiaccio e neve che fatica a sciogliersi.
È invisibile, il lago. Ed è per questo che esiste. So che c’è della follia in quello che sto facendo. A ogni passo di Sara io dentro mi spavento, mi preoccupo, temo una scivolata, che la neve ceda, che qualcosa accada. Che il bosco ci deglutisca in un respiro gelido o che da qualche parte, tra gli alberi, spunti magari un Krampus, un demone di queste parti, a fare: «WOOOOOW!».
Non succede nulla. Camminiamo sul ghiaccio dondolando come caravelle, arriviamo sulle rive del lago che non c’è, cerchiamo un invisibile sottile. Cerchiamo un prato sommerso dal lago. Troviamo un lago sommerso dalla neve.
È un buon inizio. Stiamo in silenzio alcune ore. Poi l’invisibile ci chiama altrove.

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Da lì a San Romedio, al Santuario di San Romedio, ci vogliono trenta minuti di macchina. Ce ne mettiamo centoquindici. Ci sono da calcolare i tempi della pipì e il fatto che alla guida su strade che non conosco il mio senso dell’orientamento è sviluppato come quello di una talpa; e poi nell’Invisibile ci si perde facile, se non si sta attenti. E io sono distratto, qualcosa mi distrae. Però alla fine arriviamo. A San Romedio. Sara ormai lo sa: l’ha capito subito, il prato non è nemmeno qui. Qui non c’è neanche il lago, almeno a Tovel c’era; Sara lo vede immediatamente quello che c’è: un santuario arroccato su uno sperone di roccia formato da cinque chiese che si abbracciano e accavallano una sull’altra costruite tra il 1000 e 1918. La più giovane ha un secolo, la più vecchia, in cima a tutte, un millennio. I 131 scalini che le uniscono, a far due calcoli, ti fanno fare mentre li sali un viaggio indietro nel tempo di 7,7 anni a gradino. Quando sarò in cima avrò –963 anni.
Sara vede i gradini come la peggiore delle prove per lei e la sua pancia-mondo. In più piove, il rischio di scivolare dallo scalone pare davvero troppo.
Le ipotesi sono due: tornare indietro oppure tornare indietro subito.

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Ovviamente: saliamo. Pianissimo. In cima c’è la tomba di San Romedio, è la parte più antica del Santuario. Romedio è il santo eremita che qui, oltre mille anni fa, domò l’orso e forse, orso, sapeva anche diventarlo in una metamorfosi fatta di tempo e meraviglia quando l’Invisibile era visibile e tutto continuava a trasformarsi. Lassù c’è poco da fare: c’è il divino.
Lassù chi ha fede prega e chi non ha fede ammira una bellezza perché lì ogni cosa è fatta della grammatica del sacro.
Arriviamo fino in cima, c’è un burrone di oltre cento metri. Si domina tutto. E solo dal cielo si resta dominati.
«E fin quassù siamo arrivati per…?» chiede Sara.
«Per vedere…»
«Cosa?»
«Il bosco.»
«E dovevamo salire per vederlo?»
«Per vederlo dall’alto: sì.»
Laggiù, nel bosco, c’è l’orso, c’è il santo, c’è l’Invisibile. Forse c’è anche il prato, ma è come per il lago di Tovel: non si vede.
«Tu non vuoi trovarlo per davvero, è così?» mi chiede Sara.«Tu hai paura di incontrarlo, ho ragione?»
«Ma non esiste, che paura vuoi che abbia? Come si può aver paura di ciò che non esiste?»
«Appunto» dice Sara, «tu hai paura di quello: che non esista!»
Sì, è vero. Ha ragione. Ho paura. L’ho inventato io, quel prato, e ora che sono qui a cercarlo ho paura di scoprire che non esiste. Ecco perché tergiverso. Ecco perché non ci vado: al lago di Santa Giustina. Ai piedi del Castello di Cles.
E allora alla fine guida lei. Guida Sara. Sara si fa caravella anche del mio viaggio verso l’Invisibile.
Da San Romedio alla diga di Santa Giustina ci vogliono venti minuti. E infatti in quindici minuti siamo lì.
L’ho detto che guida Sara, no?
E io per la prima volta sono spaventato davvero. Per la sua guida, certo, ma non solo. Sono terrorizzato molto di più di quando ce ne stavamo a fil di ghiaccio sul lago di Tovel e mezzo grado di sole in più ci avrebbe fatto fare un tuffo; molto di più di quando abbiamo fatto quei 131 gradini bagnati e ripidi a salire e 131 a scendere, a San Romedio.
La diga. Vedo la diga di Santa Giustina, e poi il lago. E il castello di Cles.
Li vedo.
E poi vedo quello che davvero mi terrorizza.
Il prato.
Il prato che non esiste: c’è. È lì, aggrappato come un naufrago alla roccia che sorregge il castello di Cles, a filo del lago di Santa Giustina che scivola via nel fiume.
«Un prato» dico io.
«IL prato» mi corregge Sara.
Dino, Sofia e Ismaele sono lì. Li vediamo nel loro non esserci.
È difficile dire bene quel che accade quando nella realtà cerchi qualcosa che esiste solo nella tua fantasia. E poi lo trovi.
L’Atlante dell’Invisibile era tutto lì.
E Sara, be’, lei non potevo non portarla (lasciate a casa voi un’ala che crossa sassate, poi mi raccontate cosa accade…) anche perché a volte, mentre la guardavo, mentre mi guidava lei sui sentieri dell’Invisibile, avevo l’impressione che quel prato, quell’Invisibile, quell’infanzia sommersa e riemersa, quel destino d’infanzia che stava esplodendo da tutte le parti, avesse molto a che fare con la sua pancia.
E con il suo invisibilissimo inquilino.


[N.d.R. L'invisibilissimo inquilino è nato il 22 maggio, il giorno dell'uscita dell'Atlante dell'Invisibile.]

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Tutte le fotografie dell'articolo sono di Alessandro Barbaglia.

 

La locanda dell’ultima solitudine

Alessandro Barbaglia

Nel 2007 Libero ha prenotato un tavolo alla Locanda dell'Ultima Solitudine per dieci anni dopo. Ed è certo che lì, in quella locanda tutta di legno arroccata sul mare, la sua vita cambierà. L'importante è sapere aspettare. Anche Viola, nel minuscolo paese di Bisogno, sogna nuovi orizzonti e aspetta…

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