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I "dietro le quinte" dell'esordio di Paolo Giordano

Gli esordi, il successo, il rapporto tra letteratura e scienza

Paolo Giordano a colloquio con i suoi editor, Antonio Franchini e Giulia Ichino. La scoperta, la pubblicazione, il successo, il rapporto tra letteratura e scienza secondo l'autore di "La solitudine dei numeri primi".
Guarda il video.

Le immagini, gli appuntamenti, l'intervista esclusiva

Paolo Giordano e La solitudine dei numeri primi

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Fiera di Torino 2008

Le foto del set Baustelle - Paolo Giordano

Alla Fiera del libro di quest'anno Paolo giordano e i Baustelle si sono esibiti per la prima volta insieme in una lettura/concerto che ha attirato tantissimi fan del libro di Paolo e del gruppo senese. Guarda il set fotografico.
 
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Scarica il Poster della presentazione!

Il 13 marzo Paolo giordano ha presentato La solitudine dei numeri primi alla Libreria Feltrinelli di Piazza Piemonte a Milano.
Durante la presentazione, Valeria Solarino, attrice (Fame chimica, Manuale d'amore 2, Caos calmo) ha letto alcuni brani del libro.
 
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Premio Strega a Paolo Giordano

La solitudine dei numeri primi vince a sorpresa

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62° Premio Strega a "La solitudine..."

3 luglio 2008: la notte stregata di Paolo Giordano

Ce l'ha fatta! Paolo Giordano è il più giovane vincitore del Premio Strega dalla sua fondazione, nel 1947. Con 163 voti, contro i 118 di Ermanno Rea e i 22 di Diego de Silva, Giordano ha conquistato la palma del prestigioso premio letterario. Un successo ancora più bello perché inaspettato e, soprattutto, cresciuto nel corso dei mesi grazie all'appoggio di tantissimi lettori, soprattutto giovani. Grazie a tutti, quindi, a chi lo ha votato, a chi lo ha letto e a tutti coloro che lo scopriranno nelle prossime settimane.
 
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Giordano scelto dagli studenti romani

2008. UN ANNO STREGATO

E' Paolo Giordano l'autore scelto, tra i dodici candidati al Premio Strega 2008, dalla giovane giuria formata dagli studenti di 16 istituti romani che hanno dato vita alla fase conclusiva del progetto '2008. Un anno stregato'. Una votazione importante la loro, 61 voti su 124, perche' la scelta di oggi varrà come un voto collettivo nella prima votazione del Premio Strega.
"Il fatto di aver avuto questo consenso tra i ragazzi - ha spiegato Paolo - è un traguardo in sé, al di là dello 'Strega', perché viene da un moto spontaneo. I ragazzi in questo senso sono incontrollabili. È una soddisfazione, inoltre, perché quando scrivevo pensavo ad un pubblico giovane".
 

  • venduti
  • votati

Alessandro D'Avenia

Cose che nessuno sa

John Grisham

I contendenti

Walter Isaacson

Steve Jobs

La pinna caudale

Racconto pubblicato sul n°41 di Nuovi Argomenti (gennaio-marzo 2008)

Prima di entrare l'assistente di scena mi chiede di togliermi il cappello. Siamo sul limitare del set, dove ci è stato raccomandato di mantenere il più assoluto silenzio, per via dei microfoni panoramici sistemati appena un metro più avanti, sopra le teste del pubblico in sala. Una tenda pesante e nera ci protegge solo in parte dal riverbero dei colori dello studio, un rosso e un verde cupi per lo più, che scintillano sotto la luce omnidirezionale dei faretti alogeni. La tenda è ancorata alcuni metri più in alto a un tubo metallico e cade giù dritta come un precipizio. Al fondo è arricciata e strascica sul pavimento raccogliendo riccioli di polvere, grovigli di capelli e quant'altro. In alto, sopra il tubo d'acciaio, c'è ancora dello spazio, che una complicata teoria di rotaie, condutture di aerazione e cavi mantenuti in tensione e immersi in una penombra via via più fitta, rende minacciosamente sinistro. Una regione triangolare del soffitto è rischiarata dalla luce radente che sconfina dallo studio. “Preferirei di no”, le rispondo. L'assistente getta un'altra occhiata apprensiva oltre la tenda e interroga l'orologio digitale dal grosso quadrante in plastica che le avvolge il polso. Poi torna a guardarmi, con una grande stanchezza e un'infinita pazienza negli occhi. “Non può tenerlo”, mi spiega con una calma faticosa. “Le proietta delle ombre sul volto e da casa non vedrebbero che la sua bocca”. Ha un auricolare infilato nell'orecchio destro e non si preoccupa di nasconderlo con i capelli. In mano tiene un mazzetto sottile di fogli, in cima ai quali c'è un elenco dei nostri nomi, i concorrenti, in ordine di comparsa. Indossa una felpa blu con un colletto a righe sottili che non fa una grinza là dove mi aspetterei la curva del seno: ci passa sopra indifferente e si arrotola all'altezza della vita, in un rigonfiamento troppo abbondante. Sotto, porta dei jeans attillati dello stesso colore, consumati all'altezza delle ginocchia senza un motivo evidente e che le fasciano le caviglie così strette da sembrare che si infilino dentro le Adidas bianche. È il tipo di ragazza che mia madre avrebbe definito graziosa e che io non mi sarei dato la pena di immaginare nuda fino a un mese fa, quando c'era ancora Valentina. “Lo porto per scaramanzia”, insisto. “E a dirla tutta sono anche un po' calvo”. Lei si stringe nelle spalle. Sembra non gliene importi un granché. Ha lo stesso sguardo apprensivo e insieme sconcertato della signorina che ci ha accolti alcune ore prima, nella sala riunioni della rete televisiva. Il suo badge diceva S. Cerutti, Coordinatrice di Produzione e lei si comportava come se con noi, quelli di fuori, non sapesse davvero cosa fare, quasi che i nostri vestiti e il nostro modo di esprimerci fossero passati di moda un secolo prima e il compito gravoso di fornirci delle istruzioni necessarie gliel'avesse scaricato qualche superiore, che all'ultimo secondo si era preso un giorno di mutua perché si era fratturato un'anca uscendo dalla doccia. Ci osservava con gli occhi sgranati, mentre ci scortava verso un'altra stanza dove avremmo atteso il nostro turno, senza uno schermo da guardare o una rivista da leggere. Indicava a una a una le porte chiuse sul corridoio stretto e ne descriveva il contenuto in modo sbrigativo, come se si trattasse di piccoli e meravigliosi universi, severamente preclusi a noi altri curiosi. Diceva qui c'è la stanza dei monitor, qui c'è la sala trucchi, qui c'è il camerino di Claudio Manni. Il suo passo spedito comunicava la stessa diffidenza con cui si mostra l'ufficio a un nuovo arrivato, a un giovane tirocinante di ottimi propositi e scarsa esperienza, elencandogli le sue mansioni ridotte e pregandolo per carità di non toccare il resto. “Se lo deve togliere”, ripete l'assistente di scena. Poi fa qualcosa che non mi aspetto. Allunga una mano verso la mia testa e me lo toglie lei il cappello, con la stessa decisione nervosa con cui mia madre mi sistemava il bavero della giacca all'ingresso della scuola, con la prepotenza e l'autorevolezza che Valentina usava per indicarmi le immondizie da buttare, quando uscivo di casa fingendo di dimenticarmene. Il suo viso si contrae in una smorfia di disgusto nel vedere cosa c'è sotto. Non sa cosa fare, se appoggiare nuovamente il cappello sullo scempio del mio cranio, se restituirmelo in mano e distogliere lo sguardo o se domandarmi qualcosa. Io lascio che prenda la sua decisione con calma, perché in fondo se l'è cercata. “Mi dispiace”, incespica l'assistente. “Non credevo...” “Non fa niente” “Può tenerlo girato al contrario”, suggerisce con un barlume di speranza, come se la sua fosse un'idea geniale, conciliante e risolutiva. “Al contrario? Come una specie di rapper?”, le chiedo. Lei scuote la testa e fa sparire le labbra dentro la bocca. Per tutto questo tempo ha tenuto il braccio sollevato per restituirmi il cappello e con gli occhi mi ha implorato di rimetterlo in testa, di toglierle per pietà quella cosa da davanti. “È il massimo che posso fare”, mi dice, per scusarsi di una colpa che non è sua. Riesco a indovinare la sua apprensione. È chiaro che più tardi, una volta spenti i riflettori, le toccherà rendere conto al suo capo, un'altra donna magari, che le domanderà perché un concorrente si è presentato sulla scena conciato come uno scavezzacollo di periferia, con un ridicolo cappello da baseball girato al contrario. Allora lei dovrà spiegarle cos'ha visto e dovrà farlo con parole che restituiscano l'orrore della scena, ma che non diano in alcun modo l'idea che lei ha perso il controllo, che ha reagito d'istinto, dimenticandosi della freddezza necessaria per ricoprire un ruolo di responsabilità come il suo. Ci medito su un attimo e poi decido di accontentarla. Mi sistemo il cappello sulla testa, con la visiera all'indietro, a proiettare ombre esclusivamente sulla mia nuca. L'assistente mi sorride con riconoscenza e quella è la prima espressione umana che mi pare di intravedere da quando sono arrivato qui, più di tre ore fa. Mi lascio sfiorare dal proposito assurdo di invitarla fuori per un caffé, ma poi mi ricordo della mostruosità di cui è appena stata testimone e, con una fitta lancinante che mi trapassa il cervello, di ciò che l'ha causata. “Ci siamo”, dice. Mi afferra per un braccio, probabilmente vincendo una certa ripugnanza nei miei confronti e mi spinge dentro la scena, dove un occhio di bue viene fatto ruotare per inquadrare il mio ingresso e uno scroscio di applausi mi accoglie con un calore comandato. Le puntate di Solo Un Minuto sono registrate nel primo pomeriggio e vengono trasmesse in differita di alcune ore, prima dei telegiornali della sera. Ad ogni modo gli Autori ci tengono, come ci ha spiegato con parole semplici la Coordinatrice di Produzione, a ricreare la tensione della diretta, per cui tutti i momenti della trasmissione devono susseguirsi in modo fluido e con un ritmo serrato, che non lasci allo spettatore il tempo di prendere fiato. Questo è il motivo principale per cui, mentre sto camminando sulla passerella accompagnato dal ritornello di Dammi solo un minuto nella versione rivisitata in chiave hiphop, il concorrente che mi ha preceduto, un uomo sulla quarantina con il tic di arricciare il naso, sta camminando su una passerella identica, disposta in posizione simmetrica a quella di ingresso, per tornarsene a casa con la somma deludente di duemilatrecento euro. Dev'essere un via uno dentro l'altro, mi capite?, ha continuato la Coordinatrice di Produzione e noi, tutti quanti, abbiamo annuito con serietà, fingendo di memorizzare qualcosa che già sapevamo. L'avvicendarsi frettoloso dei concorrenti è una delle poche novità introdotte da Solo Un Minuto, che per il resto ricalca il format premasticato e più volte digerito dei quiz televisivi dell'ora di cena. Ogni concorrente inizia la sua prova con un montepremi massimo di cinquecentomila euro, cifra che dovrebbe ammiccare al vecchio miliardo di lire, ma che secondo gli altri concorrenti, che ne hanno discusso a lungo nella sala d'attesa tanto per ammazzare il tempo, non ha di certo lo stesso appeal. Vengono fatte cinque domande, in ordine crescente di difficoltà e su argomenti vari, dalla pallacanestro alla geologia, dalla botanica alla critica letteraria. Un minuto è il tempo complessivo per dare le cinque risposte. Allo scattare della prima domanda viene azionata una grande clessidra virtuale, raffigurata su uno schermo LCD posizionato alle spalle di Claudio Manni e riempita di tre strati di monete, a partire dal basso rispettivamente d'oro, d'argento e di rame. Con il via del conto alla rovescia la clessidra inizia a svuotarsi, prima delle monete d'oro, poi di quelle d'argento e infine di quelle di rame. Un contatore digitale, con l'accuratezza sperimentale del centesimo di euro, permette di leggere l'ammontare rimasto. L'azzerarsi del montepremi non è una funzione lineare del tempo trascorso ed è questo il vero significato dei tre tipi di monete: ha piuttosto una dipendenza quadratica o addirittura, come mi sono convinto ultimamente, un andamento esponenziale, per lo meno nella prima trentina di secondi. Se viene sbagliata una risposta la clessidra esplode, con il rumore campionato di un vetro in frantumi che è trasmesso via satellite in dolby surround e si sposta velocemente dalle casse frontali alle due posteriori, come se il telespettatore venisse investito dai cocci. L'elemento della velocità aggiunge una componente di frenesia allo show, inedita nei suoi cloni precedenti. Ma il vero elemento di sfida, quello a cui un noto quotidiano aveva attribuito il merito principale del dirompente successo di Solo Un Minuto, definendolo una trovata spiazzante e geniale, è l'assenza di un riferimento temporale per il concorrente: egli, difatti, non può vedere lo schermo alle spalle di Claudio Manni e non ha a disposizione un cronometro, che viene invece visualizzato in sovraimpressione a beneficio dei soli spettatori. Il concorrente è costretto a misurare il tempo trascorso dentro di sé, facendo ricorso a un senso del quale gli uomini non sono dotati se non in maniera approssimativa e che, in ogni caso, è sottoposto a fluttuazioni casuali dovute alla fase di vita attraversata, così come all'emozione e alla straordinarietà del momento presente. Per quanto mi riguarda il mio tempo scorre più lento, come distillato, da un mese a questa parte e mentre mi avvicino allo sgabello lasciato vuoto, mi prefiggo di tenerne conto durante la prova. Claudio Manni ha le braccia aperte e sullo sfumare delle note di Dammi solo un minuto e noncurante degli applausi non ancora cessati dice benvenuto benvenuto. Mi sorprende sentire la sua voce diretta, non processata da alcun sistema di equalizzazione o di amplificazione. Risulta più squillante e in un certo modo meno convincente e virile di quella trasmessa dal televisore. Mi tende la mano e io gliela stringo. Con l'altra mi cinge l'avambraccio, instaurando immediatamente quel clima affabile e confidenziale che tra poche ore si diffonderà in milioni di case e restituirà un attimo di fiducia ad altrettanti reduci da una giornata di lavoro, di bassezze e di torture indecifrabili. “Mariano dalla provincia di Torino”, legge dalla cartellina. Poi alza gli occhi verso di me, come alla ricerca di una conferma o di un plauso per l'esattezza dell'informazione. Io annuisco meccanicamente. “Mariano ha trentotto anni e lavora come impiegato delle poste, ma recentemente è riuscito anche a laurearsi, pensate un po', in filologìa”, va avanti Claudio Manni. “Una bella forza di volontà, non c'è che dire”. Ha un attimo di esitazione, come se si fosse trovato di fronte a una frase del mio profilo che è meglio saltare o gli fosse venuto il dubbio di aver mischiato inavvertitamente due profili diversi, magari di aver creato un ibrido tra me e il concorrente successivo, come a volte accade di sera leggendo un libro, quando la stanchezza ti fa saltare per sbaglio una riga e il pensiero dello scrittore diventa d'un tratto astruso, ma trasportato dal flusso delle parole non te ne accorgi che al fondo del capoverso. No, Claudio Manni si accorge che è tutto vero, ha davanti un impiegato filologo, e per quanto assurdo gli possa sembrare, prosegue con l'introduzione del mio personaggio. “Mariano è anche appassionato di enigmistica e di apparecchi elettronici”, dice e le sue sopracciglia perfettamente definite si alzano a sottolineare un'espressione che vuole essere buffa ma benevola. Sta tirando il pubblico dalla mia parte e lo fa prendendomi in giro. Li sta facendo affezionare a questo bizzarro individuo con un abito elegante e un cappellino al rovescio, che di giorno registra bollettini, nella maggior parte dei casi compilati solo per metà e in una calligrafia indecifrabile e la sera legge sonetti del Cinquecento, con la televisione accesa in soggiorno a dare l'illusione che in casa ci sia qualcun altro oltre a lui. Manni sistema la cartellina di fronte a sé e si aggiusta il colletto della camicia, che è già a posto. La posa che assume fa parte del suo personaggio: la gamba sinistra poggia sul pavimento, mentre l'altra è piegata e ancorata al tramezzo in alluminio dello sgabello. Nei momenti salienti della puntata scuote nervosamente il piede libero e con tutte e dieci le dita delle mani tamburella sul piano trasparente del leggìo, dove è sistemato un piccolo microfono cardioide, così sensibile da riuscire a catturare il suono percussivo delle sue unghie sul vetro, simile a un sommesso rullo di tamburi o a una pioggerella battente su un tetto di lamiera. Manni trasmette urgenza, con tutto il corpo e con la voce. Tempo è la parola che usa più spesso, insieme a coraggio e casa: bisogna fare in fretta, c'è soltanto un minuto per arraffare tutti quei soldi intrappolati nella clessidra e mettersi a posto la vita una volta per tutte. “Mariano Mariano”, continua pensoso. Ripete il mio nome così che tutti quanti se lo imprimano bene in testa. “Accompagnato da chi?” “Nessuno”, rispondo. Manni riesce a malapena a trattenere un oh di sorpresa. I suoi occhi si svuotano per un attimo, come se si fossero ritratti a osservare un pensiero soltanto suo, qualcosa di intimo e vietatissimo in televisione. Sbircia di nuovo la cartellina, dove probabilmente un elenco puntato segue il mio nome e alla voce Accompagnato da: riporta qualcosa come Valentina Ramello (fidanzata). In fin dei conti è stata lei a insistere tanto perché lo facessi. Quando rispondevo al televisore, anticipando le risposte e imitando per scherzo la stessa espressione concentrata dei veri concorrenti, lei si voltava per darmi un bacio e scioglieva in questo modo le nostre caviglie intrecciate al fondo del divano. Dovresti andarci tu, diceva. Le sai tutte. Diceva pensa se vinciamo cinquecentomila euro, hai idea di quanti sono? Non aveva capito che a cinquecentomila non ci si può arrivare per costruzione, ma io non avevo voglia di puntualizzare. Lei attaccava con i suoi progetti a casaccio, sempre diversi, distogliendomi dal resto della trasmissione e procurandomi un fastidio pungente, che soffocavo con dei mezzi sorrisi, fingendo di starle dietro. Parlava a vanvera. Distribuiva i soldi tra una fantomatica casa ad Antibes e un viaggio nella Polinesia francese e poi tutto finiva così, con noi che ci alzavamo dal divano e andavamo in cucina a cercare qualcosa da cucinare.

Paolo Giordano al Festivaletteratura di Mantova 2008

Paolo Giordano intervistato dalla giovane scrittrice Federica Manzon al Festivaletteratura di Mantova 2008.
L'incontro con l'autore di La solitudine dei numeri primi è stato uno degli eventi più seguiti del festival di quest'anno.

CONTINUA...

Una sera però si è alzata di scatto e a piedi scalzi si è avvicinata al telefono, appena un momento prima che partisse la sigla finale di Solo Un Minuto e comparisse sullo schermo il numero da chiamare. Ha detto a qualcuno dall'altra parte il mio fidanzato vorrebbe partecipare. Poi ha pronunciato il mio nome scandendolo per bene e ha spiegato quello che facevo, con un po' di orgoglio. Mi guardava con un'espressione insolente, faceva delle smorfie con la bocca e io la trovavo eccitante e non sapevo se mi stava solo prendendo in giro. Staccavo dei pezzetti di carta da un giornale e glieli tiravo addosso appallottolati. Manni si schiarisce la voce. Prende tempo. Mi domando se questo momento di incertezza verrà tagliato in fase di postproduzione, se l'ultima domanda verrà eliminata per intero, insieme alla mia risposta e a questo imbarazzo che ondeggia lieve nell'aria o se piuttosto verrà sfruttata per caricare di emotività il mio personaggio, per attribuirgli una nota malinconica e indefinita di solitudine, magari sottolineata da uno strascico della sigla in sottofondo, quel pezzo che dice stare insieme è finita ma dirselo è dura. In ogni caso Manni appare contrariato, ma appena per una frazione di secondo, giusto il tempo di riassumere il totale controllo della situazione e dei suoi muscoli facciali, così puntualmente educati a risultare inespressivi. Penso che forse avrei dovuto avvisarlo prima, telefonare al numero indicato in calce alla lettera di invito, dove specificava non esitate a contattarci per ogni chiarimento, e dire mi dispiace c'è stato un cambio di programma, sa, uno di quegli imprevisti che ti rovesciano l'esistenza, per cui alla trasmissione verrò da solo. La centralinista avrebbe detto capisco senza capire davvero e avrebbe preso un appunto su un foglietto, che poi avrebbe pasticciato distrattamente, annerendo tutte le o del mio nome nelle noiose ore successive. “Quindi Mariano ha deciso di affrontare il destino da solo”, commenta Manni e per qualche motivo gli spettatori in sala vengono invitati ad applaudire. Il loro applauso è consolatorio, pieno di un affetto impalpabile, come privo di sostanza e tuttavia sincero. Ruoto appena la testa per guardarli e incontro gli occhi sbarrati e apprensivi di una signora già anziana, che smette di battere le mani un po' più tardi degli altri. Quando se ne accorge le ritrae come per nasconderle, presa dalla vergogna. “Bene Mariano. Le regole le conosci”, dice il conduttore. È la prima volta che si rivolge a me direttamente. “Sì”. Con la mano destra mi gratto la gamba e mi chiedo se le macchie siano arrivate pure lì. Il tessuto leggero dei pantaloni non ritorna perfettamente liscio dopo che sposto la mano: il segno delle unghie vi rimane impresso in una piccola conca a mezzaluna. Valentina avrebbe commentato te l'avevo detto, sugli abiti eleganti non vale la pena di risparmiare. Mi ricordo di stare dritto con le spalle e le tiro indietro. Ho le gambe leggermente divaricate ma non incrociate, come aveva suggerito lei quando ci eravamo messi a fantasticare su come fosse meglio atteggiarsi, la sera che nella buca avevamo trovato la raccomandata che diceva Saremmo felici di averLa come ospite nella puntata del 15 maggio di Solo Un Minuto e concludeva specificando che dato il numero elevato dei concorrenti e degli ospiti (sempre diversi) di ogni serata, per una difficoltà di gestione, le spese di trasporto per e da gli studi di Milano erano spiacevolmente a carico dei concorrenti. Se accavalli le gambe strette sembri una checca, aveva detto Valentina. Se le accavalli larghe sembri volgare e ti tocca stare ingobbito in avanti. “Sta per cominciare il minuto più decisivo della tua vita”, continua Manni. Io non mi sento di contraddirlo, facendogli presente che il momento più decisivo della mia vita è stato un pomeriggio in cui mia madre mi ha detto tienimi ferma la scala, perché doveva assolutamente levare quel nido di vespe incastrato da mesi tra la grondaia e il tetto. Oppure quando il professor Guadagnoli, ordinario di germanistica, ha detto lei ha fatto un lavoro ammirabile, specialmente visti i suoi impegni di lavoro, e poi ha aggiunto ma mi lasci dire che temo sia davvero un po' tardi per intraprendere una carriera accademica. Il mio momento decisivo è stato appena diciannove giorni fa, quando rientrando in casa ho notato degli spazi vuoti nelle file compatte dei libri e dei cd e in camera da letto un rettangolo più scuro del resto della parete, là dove fino a qualche ora prima era appesa una copia con i colori leggermente sfalsati del Blue II di Mirò, che Valentina aveva così insistito per comprare nonostante quell'apparente distonia nelle tonalità, perché si accordava magnificamente con il copriletto estivo. Incrocio le mani come per prepararmi, per distoglierle dall'intenzione di andare a grattare sotto il cappello. Dalle spie disposte a semicerchio intorno a Claudio Manni e a me, che delimitano la zona centrale della scena come le corde di un ring, si leva la musica che accompagna l'inizio del gioco. Non è una vera e propria melodia, piuttosto un lungo suono lugubre, un'unica nota gonfiata di riverbero che cresce in intensità per poi arrestarsi di colpo e lasciare spazio a una ritmica incalzante e sincopata, che si ripete uguale per una serie interminabile di battute e viene fatta sfumare alla fine del turno da sotto gli applausi. Le luci sul pubblico vengono abbassate e loro sono soltanto più delle sagome nere, ombre che mi tengono d'occhio, disposte intorno a me sulle quattro file di gradinate di questo anfiteatro sintetico e in tutto simili a un concilio di vescovi e cardinali e preti qualunque, in un processo della Santa Inquisizione. A illuminare il centro della scena restano soltanto due faretti alogeni rossi, che mi colorano le mani di un colore livido, quasi fossero imbrattate di sangue. Posso immaginare che il cappellino bianco adesso sembri fluorescente da dietro le telecamere, come se sulla testa avessi posato un gigantesco pulsante d'allarme o una sirena silenziosa e che a guardare bene si distinguano delle zone più scure, come delle ombre, addensate nella zona occipitale. Non riesco a indovinare la mia frequenza cardiaca, non avverto le pulsazioni attraverso la camicia e sotto questo suono monocorde, così piccato sui bassi da far vibrare l'intelaiatura metallica e cava dello sgabello. Non sono agitato. Il mio cuore è in costate rallentamento, si sta come scaricando. Ogni giorno la mia percezione degli eventi è un po' più alterata. Gli oggetti mi appaiono oblunghi, come succedeva con il walkman quando le batterie erano lì lì per esaurirsi e il nastro scivolava più lentamente sulla testina deformando la voce del cantante e allora Valentina apriva gli occhi e con la bocca a pochi centimetri dalla mia per dividere lo stesso paio di cuffiette mi chiedeva hai portato delle pile di ricambio? L'unico segnale di vita che proviene dal mio corpo oltre alla vista e all'udito, di cui non ci si può liberare, è lo sfrigolìo pruriginoso delle croste sulla mia calotta cranica, piccole abrasioni non suturate che si rimarginano e si riaprono di continuo, brulicanti di vita microscopica. “Partiamo”, dice Manni. Distende le braccia in avanti di scatto, per permettere ai polsini della camicia di venir fuori dalle maniche della giacca. Mi fissa negli occhi, ma è uno sguardo che non guarda me: è solo un altro gesto abituale del suo personaggio. Dal piccolo schermo che ho davanti sparisce il logo della trasmissione e compare una schermata nera. “Tre. Due. Uno”. “Qual è la formula per il calcolo dell'area della superficie sferica?”, legge di fretta. Incespica appena sull'allitterazione della s. “Quattro pi greco erre quadro, due pi greco erre...”. Prima che possa leggere la terza ho già selezionato la A. È una domanda idiota. È solo riscaldamento. Dietro di me le monete d'oro scivolano giù dalla clessidra e io ne sento il tintinnare finto. Mi hanno dato un vantaggio, una domanda semplice. Per di più la risposta giusta era la prima. Ho guadagnato due, forse anche tre secondi. Ma non sai cosa ti aspetta, non lo sai mai davvero. Faccio in tempo a pensare devi vincere: vinci, come se fosse davvero importante. “Molto bene”, dice Manni. “Quale fra queste associazioni non era segreta? La Carboneria, la Prima Internazionale, l'Adelfia, la Massoneria”. Premo il pulsante B e lo schermo s'illumina con un lampo di luce bianca. Compare la terza domanda. La risposta giusta alla prima era la A. Alla seconda era la B. Qualche stupido seduto sul suo divano penserà che adesso sarà la C. Penserà con ebete orgoglio di avere indovinato la sequenza, come se esistesse una logica per forza. Penserà di essere più scaltro degli Autori che hanno scelto l'ordine. Non lo sarà mai. È questo che non sa. “Terza domanda”, prosegue Manni. “Quante pinne caudali ha un pesce? Una, due, tre oppure nessuna”. Esito un attimo. La pinna caudale. Raccolgo le idee. Non so niente dei pesci. Non andavamo mai a pescare. Non andavamo neppure più in montagna. Valentina diceva che non le piaceva, che si annoiava da morire. Caudale. È una parola che scivola in fondo e poi torna su. Non era vero che si annoiava. Gli occhi le si riempivano di colori lassù. L'aria fresca li detergeva dalle brutture della settimana. Facevamo l'amore sulla moquette e poi ci toccava pulirla con lo Scottex, che lasciava tutti quei pallini minuscoli che dovevi tirare via con le unghie uno per uno. La pinna caudale sta dietro e ti spinge in avanti. I pesci hanno una pinna, noi l'ostinazione. La pinna caudale è una soltanto. Se la perdi sei fottuto. Seleziono la A. Un altro lampo di luce. Un altro applauso del pubblico. Qualcuno fa un fischio acuto, s'infila gli indici in bocca, come sapeva fare Valentina e io no. Tifano per me, tutti. Come se questi soldi potessero portarseli a casa loro, come se a loro cambiasse qualcosa. Come se mi conoscessero da sempre. Come se vedessero il solco che mi sta alle spalle, scavato con le mani fino a consumarmi le unghie. Manni dice stai andando alla grande. Legge la domanda successiva. “Quando è entrata in vigore la convenzione di Schengen? 1993, 1992”. Gioca con il tempo. Potrebbe abbreviare e invece scandisce bene millenovecentonovantaquattro. Pesa gli accenti come in una litania. “Millenovecentonovantacinque”. Le date sono vicine. Mi chiedo perché non le abbiano disposte in ordine crescente. Il '92 lo escludo. Gli altri potrebbero essere. La notizia al telegiornale, me la ricordo. Valentina non aveva capito, le avevo spiegato di che si trattava. Eravamo ancora nella vecchia casa. Non mi serve a niente ricordare. Le sere, i telegiornali, i discorsi. Tutti uguali, messi in fila senza un'anima. Qualcosa mi suggerisce il '95. È poco più che un'assonanza, è un'impressione infondata. Le ombre del pubblico sono tutte ferme. Le monete vengono giù. Dietro la tenda c'è un nuovo concorrente e fuori da questo capannone è tutto uguale e Valentina ha una nuova vita. Scelgo la D ed è un altro lampo di luce. Si aspettano tutti che mi lasci andare. Che esulti. Dovrei stringere il pugno della mano destra o mormorare sì fra i denti. Resto immobile. Un altro taglio si riapre sotto il cappellino. Sembra un pizzicotto dato con le unghie. È solo pelle morta che si stacca. Il pubblico urla. Se mi porterò a casa un sacco di soldi avranno vinto anche loro. Li avranno sottratti alla gigantesca macchina che li affascina e li sovrasta. “Ultima domanda”, dice Manni. Il suo tono è febbrile, anche se non gli importa nulla. È bravo. È perfetto per la parte. Il nido sulla grondaia era già secco, dentro non c'erano neanche le vespe. Ma dalla strada si vede, ha detto mia madre. Ci vuole solo un momento a levarlo, tu tienimi la scala. Ci vuole solo un momento. “Mariano concentrati. È la risposta decisiva”. Manni mi fa perdere tempo, ma non posso protestare. Valentina scalpitava quando faceva così. Non è giusto, ripeteva, non è giusto. Non lo è. “Nella Lucia di Lammermoor di Donizetti...”. La sai, avrebbe detto Valentina, raggiante. Sai anche questa. Di sicuro. L'opera l'ho vista. Ma dove le impari tutte queste cose?, avrebbe detto. Io le avrei aperto il mio cervello per farle vedere dove stavano, tutte ammassate in un angolo. Tutte quelle nozioni senza peso, pigiate una sull'altra per fare spazio al pensiero di lei che si prendeva il resto. Le avrei mostrato guarda, sono lì, tutte quante, e non contano niente. “...per quale di questi uomini...”. Le monete d'argento. Ci siamo arrivati. Siamo a metà, suppergiù. Quelle d'oro sono finite da un pezzo. Dopo ci sono solo le briciole. Non vale la pena per le briciole, meglio lasciarle perdere. Come i nidi secchi delle vespe. Come chi ti attrae e ti fa male. “...la protagonista abbandona...”. Devo aspettare, lasciarlo finire. Con una risposta ti aggiusti la vita. La signora al buio pensa ancora alla sua figuraccia. Tanto non l'ha vista nessuno. Non importa niente a nessuno. È questo che non sa. “...abbandona e tradisce il suo amante Edgardo?”. Manni pronuncia tradisce ed è una parola che scivola. Viscida come il gesto che evoca. Tagliente e spaccata a metà dalla d dentale. “Lord Ashton”. Non è lui. L'assistente di scena è pronta con il nuovo concorrente. Via uno dentro l'altro, mi capite? “Lord Buklaw”. Valentina non l'ha fatto, questo è escluso. Non dev'essere sempre la soluzione più semplice. Non dev'esserlo per forza, non dev'esserlo per noi. Lucia di Lammermoor abbandona e tradisce il suo amante. Non c'è niente di male in questo. Niente di male. “Lord Ravenswood”. Appoggio la mani al pulsante C. Non avere fretta. Le monete d'argento scendono, ma valgono meno. L'andamento è lineare o quasi, o quasi mai. Quel nome lo so. Sono sicuro, lo sapevo. C'è l'aria che dice il dolce suono mi colpì di sua voce. Per Valentina l'opera è noiosa, la fa sbadigliare. È tutto quanto noioso da morire. “Lord Spooks”. Manni dice pensaci bene. C'è la musica sincopata, che è tutta bassi e batteria e quel suono lugubre, che torna e poi sparisce. Il tempo si può contare così. Manni dice il tempo scorre. Dice sempre tempo, tempo, tempo. Poi dice concentrati. Ho quattro risposte sullo schermo e giuro che la so quella giusta. Mariano è laureato, pensate un po', in filologia. Pensate un po'. Sposto la mano sulla A. Edgardo canta per me la vita orrendo peso. È il terzo atto, o forse no. Valentina ha quel modo di torturarsi l'elastico degli slip quando è in piedi al telefono. Basta una cosa così per farti impazzire. Lucia tradisce Edgardo e gode come una matta. Lord Ashton, Lord Buklaw. La sapevo quella giusta, ma è scivolata via. Si è incastrata in una delle ferite e non ne esce più. Manni dice coraggio Mariano, coraggio. Un riflesso rosso percorre la corconferenza dorata della fede che ha al dito. Ognuna di quelle ombre sedute è una persona. Sono al buio, come me, di sera, quando fisso la famiglia del palazzo di fronte. Incrociano le dita. Incrociate le dita. L'assistente di scena era graziosa. Buona da scopare. Lucia di Lammermoor è buona da scopare. I tagli sulla testa si chiudono e si riaprono e sono pieni di bestioline nere. È la C. Sui vestiti eleganti è meglio non risparmiare. Premo la C e mi volto di scatto, appena in tempo per vedere la clessidra che esplode alle mie spalle.