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Leggi in anteprima "Quando sarai più grande capirai", il romanzo di Virginie Grimaldi

Grimaldi Grande Capirai Anteprima Capitolo

Le prime pagine in anteprima del nuovo romanzo di Virginie Grimaldi, Quando sarai più grande capirai, che in uno stile divertente e leggero riesce a parlare di temi profondi: perdita dei propri cari, solitudine, abbandono, vecchiaia, importanza dell’amicizia, crescita personale.

Vi aspettano umorismo caustico, personaggi adorabili e una profonda umanità. Un inno alla vita con colpo di scena finale che farà commuovere. 

Prologo

Era un sabato come tanti. Non era destinato a restarmi impresso nella memoria, eppure ne rammento ogni particolare. Tipico degli eventi traumatici, dicono. Ti si piantano così profondamente nel cervello e nella carne da farteli rivivere di continuo, come la scena di un film che si ripete all’infinito. Con la testa appoggiata sulla pancia di Marc, ci stavamo guardando un episodio delTrono di Spade, il nono della terza stagione, avevamo mangiato sushi a domicilio, il ventilatore era acceso, stavamo bene. Se fossi stata un gatto, avrei fatto le fusa.

Quando ha squillato il telefono, ho sbuffato. Chi mi scocciava a quell’ora?

Quando ho letto “mamma” sullo schermo del cellulare, ho brontolato. Lo sapeva che le telefonate la sera tardi mi mettevano in agitazione.

Avrei voluto non rispondere. Avrei voluto che non accadesse. Sono passati sei mesi e sono ancora sottosopra.

Febbraio

«Il nostro più grande merito non sta nel non cadere mai, ma nel rialzarci ogni volta che cadiamo.»
Ralph Waldo Emerson

1

È lunedì, siamo a febbraio, piove: la ricetta vincente per una giornata di merda.

Più vado avanti, più mi viene voglia di girare la macchina e tornarmene indietro. Imbocco il vialetto. Un cartello su un albero indica di andare dritto. Potrei fare inversione senza che nessuno se ne accorga. Arrivo a un piccolo parcheggio che non vede un giardiniere da secoli. Faccio il giro e mi fermo davanti al grande edificio.

CASA DI RISO LE TAMERICI

Persino le lettere in ferro battuto hanno fatto armi e bagagli. 

Non è un buon segno. Potrebbe esserci stato un errore nell’annuncio, questa non è una casa di riposo, e io in realtà mi ritroverò a distribuire antidepressivi vestita da clown con un enorme naso rosso. E, a dirla tutta, l’idea mi alletta molto di più. 

Gli ultimi passi che mi dividono dall’entrata durano un’eternità.

Un gradino. Sono ancora in tempo ad andarmene.

Due gradini. Basta che risalga in macchina.

Tre gradini. In fondo, nessuno lo verrà a sapere.

«Entri, la aspettavamo!»

Non sono nemmeno arrivata alla porta che una donna appare sulla soglia. È alta, robusta, con i capelli talmente ricci che li usa come portamatite. Cerco di pensare a una scappatoia, una scusa per darmela a gambe, ma non mi viene in mente niente. Al che sorrido educatamente, le porgo la mano e mi lascio condurre verso i miei prossimi otto mesi.

2

I suoi tacchi alti rimbombano sul pavimento di piastrelle bianche. Cammina di buon passo, io la seguo mantenendo la dovuta distanza. Due piastrelle e sono troppo vicina, quattro e sono in sicurezza.

Vorrei tanto, nell’ordine o tutto insieme, scomparire, diventare invisibile, morire, disintegrarmi, fare dietrofront, riavvolgere il nastro. Sì, ecco, così. Possiamo mandarlo indietro, per favore? Ci vediamo qualche mese fa, quando filava tutto liscio, quando la mia vita non sembrava un film dell’orrore dove sono la ragazza che si becca cento colpi di motosega e si rialza sempre. Ci vediamo prima che tutto vacilli, prima che tutto crolli. Prima di pensare a che grande idea sarebbe stata rispondere a quell’annuncio.

Ma che cosa ci faccio io lì?

I nostri passi si fermano davanti a una porta bianca. La mia guida infila una chiave nella serratura. Alzo gli occhi, su una targhetta si legge:

ANNE-MARIE ROUILLAUX
direttrice

Allora è con lei che ho parlato diverse volte al telefono.

Entra, gira intorno alla scrivania e si siede.

«Chiuda la porta e si accomodi.»

Eseguo mentre lei apre il fascicolo e si concentra sui documenti socchiudendo gli occhi. Il cactus che tiene vicino allo schermo del computer la dice lunghissima. In sottofondo, il ticchettio di una sveglia scandisce i secondi al rallentatore. O forse è il mio cuore che batte troppo svelto.

Prendo un bel respiro e mi lancio:

«Perdoni il ritardo. Stanno facendo dei lavori all’entrata di Biarritz, sono rimasta ferma un pezzo al semaforo provvisorio.»

Lei sfila la matita dai capelli e annota qualcosa su un foglio bianco.

«Per stavolta passi, ma che non diventi un’abitudine. Non possiamo far aspettare gli ospiti, capisce?»

«Certo, capisco.»

«Bene. Le lascio la mattinata per sistemarsi, visitare l’istituto e ambientarsi. Nel pomeriggio conoscerà Léa Marnon, da domani prenderà il suo posto. Nelle sue condizioni, Léa non può trattenersi per una vera e propria formazione, ma cercherà di spiegarle tutto quello che può in poche ore. Dovrebbe bastare. Come le ho detto al telefono, non ci sono tanti ospiti, ventuno per l’esattezza, tra cui una coppia che divide lo stesso miniappartamento.

«Ah, ci sono dei miniappartamenti?»

«È così che chiamiamo gli alloggi» risponde alzandosi in piedi. Ogni mini è composto da cameretta, soggiorno con angolo cottura e bagno. Bene, se non ha domande, avrei un altro appuntamento. Vada all’accettazione, Isabelle le dirà qual è il miniappartamento.»

Anch’io mi alzo e la raggiungo sulla porta.

«Benvenuta a Le Tamerici» mi dice sorridendo, rimettendosi la matita tra i ricci. «Lei non lo sa ancora, ma qui le piacerà!»

Con un cenno mi invita a uscire e tra me e me penso che è più facile fare amicizia con un unicorno che farsi piacere un ospizio. Questa non ha mica la testa a posto, poco ma sicuro. Sant’Iddio, ma che cosa ci faccio io qui?

3

Isabelle se la merita tutta la seconda parte del suo nome.

Lunghe ciglia nere piantate sugli occhi verdi e un sorriso che deve incutere rispetto persino alle carie. Le fate che si sono chinate sulla sua culla dovevano aver appena preso un aumento. Quando mi presento, fa il giro del bancone dell’accettazione e mi saluta con un bacio sulle guance.

«Possiamo darci del tu?» propone, ma è una domanda retorica.

«Ci diamo tutti del tu qui, tranne Anne-Marie e gli ospiti, ovvio. Ma li chiamiamo per nome lo stesso, è più carino. Tu sei Julia, giusto?»

«Giusto.»

«Mi hanno detto che alloggerai qui per la durata del contratto. Vieni, ti faccio vedere il tuo miniappartamento, è nella dépendance.»

Mi prende per mano e mi porta fuori, davanti all’edificio. Nel parcheggio lastricato ci sono una decina d’alberi e delle panchine. Su una di queste è seduta una signora anziana che sembra aspettare un autobus immaginario. Bastone in mano, borsetta di pelle nera a tracolla, mocassini rosa e labbra coordinate.

«Come andiamo, Lucienne?» le chiede Isabelle quando le passiamo davanti.

La vecchia signora cerca di capire da dove viene la voce, mette a fuoco attraverso le lenti scure degli occhiali e abbozza un sorriso.

«Tutto molto bene cara, sto aspettando mio figlio per andare al mercato. Ah, stamattina sono andata in bagno, finalmente!»

«Questa sì che è una buona notizia!» esclama la mia nuova collega. «Come dice il proverbio, “Cacca la mattina, giornata sopraffina”.»

Io mi blocco. La mia auto è a pochi metri, se corro veloce non mi vedranno tagliare la corda. E invece, mossa da una specie di rassegnazione, lascio che i miei piedi riprendano il cammino dietro a Isabelle.

La dépendance è una palazzina a un piano, a poche decine di metri dal corpo principale. Come suo fratello maggiore, è un edificio in pietra disseminato di finestre bianche e balconi in ferro battuto.

«Ci sono sette miniappartamenti» mi spiega Isabelle. «I quattro al piano terra sono riservati alle famiglie degli ospiti che desiderano soggiornare qui e agli anziani che vogliono farsi un’idea prima di trasferirsi. I tre al primo piano sono riservati al personale. Vieni, ti mostro il tuo.»

«Gli altri due sono occupati?» chiedo salendo le scale. «Sì, da Marine e da Greg. Marine è un’aiuto-infermiera che vive qui da quando si è lasciata con il compagno, è simpatica, ma, che rimanga fra noi, si prende un po’ troppe confidenze per i miei gusti. Greg è l’animatore, abiterà qui fino a quando non finiscono i lavori a casa sua. Vedrai, è bello come il sole, peccato che a noi manchi qualcosa per sedurlo, se capisci cosa intendo… Ecco la tua nuova casa!»

Isabelle apre una porta bianca e sparisce all’interno per proseguire la visita guidata. Si fa presto, ci sono solo due vani: un bagno buio attrezzato per disabili e una camera-soggiorno luminosa ma arredata con gusto antidiluviano. Un divano a due posti di velluto color senape, un tavolo rotondo con sopra un centrino, una credenza d’epoca (non si sa quale), un televisore del Medioevo, un piccolo letto addossato alla parete e delle tende oscuranti di velluto bordò compongono il mio nuovo habitat. Mi viene da piangere, e non di gioia.

«E ora… il pezzo forte!» esclama Isabelle aprendo la portafinestra.

«Vieni, guarda che vista!»

La raggiungo sul balcone. Il parco della casa di riposo si estende per diverse decine di metri. Un vialetto di sassi bianchi serpeggia tra alberi imponenti, cespugli rigogliosi, un orto e panchine di legno qua e là. L’erba è così verde da sembrare finta, come solo nei Paesi Baschi. Al fondo della tenuta, una barriera segna il confine. Oltre c’è il vuoto, e sotto l’oceano a perdita d’occhio.

«Allora, non è magnifico?» fa lei.

«Bellissimo» rispondo, pensando a quanto mi è mancato l’oceano.

«Eh! Cosa ti avevo detto? È un paradiso qui! Ti lascio sistemare, adesso! Per qualsiasi cosa, sai dove trovarmi.»

Persa nei miei pensieri, sento a mala pena la porta che si richiude. La vista è splendida, non c’è che dire. Ma definire “paradiso” un posto dove si viene a morire mi sembra a dir poco ottimista. Per la millesima volta mi chiedo che cosa ci sono venuta a fare qui. Come se non lo sapessi…

Tutto è precipitato un sabato sera. Il sabato della morte di mio padre.

4

Ho risposto e dall’altra parte ho sentito silenzio. Non è mai un buon segno quando in una telefonata parla il silenzio. 

«Mamma?»

«…»

«Mamma, tutto bene?»

Mi tremavano le labbra. Come se avessero capito prima di me. Marc ha messo il film in pausa, io mi sono seduta e ho chiuso il telefono. Doveva essere il cellulare di mia madre che non prendeva. Oppure le era partita inavvertitamente una chiamata. Doveva essere andata così. Ma per esserne sicura l’ho richiamata. Lei ha risposto con la voce annegata nel pianto.

«Tesoro, papà ha avuto un infarto.»

«Sta bene?»

«…»

«Mamma!» ho gridato. «Mamma, sta bene? Ti prego…»

«È morto, tesoro. È morto…»

Lei raccontava, ma a me arrivava solo qualche parola. Cucina, arrosto, caduto, ambulanza, massaggio cardiaco, non riuscito, purtroppo. Poi, siamo rimaste in silenzio per qualche interminabile minuto, a piangere insieme. Stringevo il telefono in mano, avrei preferito avere mia madre tra le braccia. Dopo un po’ abbiamo chiuso. Ho detto a Marc, il mio futuro sposo, di riavviare il film e ho lasciato cadere la testa sulla sua pancia, come se non fosse successo niente. Ogni particella del mio corpo rifiutava la realtà.

È stato prima di andare a letto, mentre mi struccavo davanti allo specchio che rifletteva il mio sguardo terrorizzato, che mi è arrivata la botta. Mio padre era morto. Non esisteva più. Non sarebbe più esistito. Non mi avrebbe più pizzicato la guancia chiamandomi Juju, non si sarebbe più arrabbiato per i miei ritardi, non avrebbe più letto l’Équipenella sua poltrona verde, non mi avrebbe più accompagnata all’altare, non si sarebbe più mangiato un pezzetto di pane prima di sedersi a tavola, non avrebbe più lasciato le scarpe davanti alla porta. Non avrei più visto i suoi capelli imbiancare, non avrei più udito la sua voce, non avremmo più preso in giro la mamma per la sua cucina, non avrei più fatto smorfie quando la sua barba mi pungeva le guance. Non avrei più detto “papà”. Una delle mie paure più grandi si era avverata. Era arrivato, quel momento in cui ti manca la terra sotto i piedi. Niente sarebbe più stato come prima.

Ho visto la mia immagine riflessa deformarsi davanti a me e dalla gola mi è uscito un verso animalesco. Poi un altro e tanti altri ancora. Ho gridato senza fermarmi, sino a restare senza fiato, prostrata in quel piccolo bagno.

Avevo solo un’idea in testa: andare dai miei, raggomitolarmi nelle braccia di mia madre, stringere forte mia sorella, essere vicino a lui. Ma io ero a Parigi e loro erano a Biarritz, dovevo aspettare l’indomani per prendere il primo treno. Quella notte ho conosciuto il dolore.

Capitava che per qualche secondo pensassi ad altro e dimenticassi cosa stava succedendo. Poi, brutalmente, la realtà mi fulminava. Era morto mio padre. Me ne stavo tranquillamente distesa sulla sabbia e un’onda si abbatteva su di me in tutta la sua violenza. I mesi seguenti sono stati un susseguirsi di frangenti. Mio padre, il mio ragazzo, mia nonna. Stavo affogando. Così, quando ho letto quell’annuncio di lavoro, una settimana fa, l’ho visto come un’ancora di salvezza. Una casa di riposo di Biarritz cercava con urgenza una psicologa qualificata per una sostituzione maternità. Volendo, era prevista la sistemazione all’interno dell’istituto. L’idea di lavorare con gli anziani mi entusiasmava quanto quella di baciare un ragno, ma era una questione di sopravvivenza.

Rabbrividisco per il vento freddo. Butto un ultimo sguardo al mio nuovo habitat prima di andare a prendere le valigie. Un raggio di sole si apre uno squarcio tra le nuvole per poi cadere nell’oceano. In uno sprazzo di ottimismo lo leggo come un buon segno e mi viene da sperare di aver fatto la scelta giusta. Una speranza folle che la voce di Isabelle dal parco fa subito svanire:

«Paulette, si è dimenticata di nuovo il pannolone!»

  

5

La psicologa stava mettendo le sue cose in uno scatolone quando la raggiungo nel suo ufficio. Mi viene incontro con la mano e la pancia protese.

«Ah, tu devi essere Julia! Piacere, Léa.»

«In persona. Piacere mio! Ti serve una mano?»

«Ho quasi finito» risponde abbrancando una pila di libri. «Anne-Marie ti ha spiegato perché vado via?»

«È una sostituzione maternità, immagino che tu sia incinta?»

«Di quattro mesi e ho già le contrazioni. Devo evitare gli stress e il mio ginecologo mi ha dato la maternità anticipata. Tu hai figli?»

«No.»

«Noi ci provavamo da due anni perciò non ho nessuna intenzione di rischiare di perderlo per il lavoro. Anche se non sembra, lavorare qui è stancante… Tu dove esercitavi prima?»

«In una clinica di chirurgia estetica, a Parigi.»

«Forte! E avevi gli interventi gratis?»

«Solo quello per cambiare sesso.»

Lei si ferma cercando di mantenere il sorriso.

«Ah…»

Ok, non ha capito che stavo scherzando. Sarei tentata di raccontarle nei particolari il mio intervento di ablazione del pene, ma non vorrei farle partire le contrazioni.

«Scherzavo. No, non avevamo sconti sugli interventi, non ne avrei usufruito comunque. Ne ho viste troppe per farmi tentare.»

«Lo immagino… Anche qui è un po’ così. A forza di stare tutto il giorno con gli anziani, ti viene voglia di morire giovane. Su, basta chiacchiere, al lavoro!»

E mi fa fare il giro dell’ufficio. Apro il bloc-notes per prendere appunti.

«Tutte le cartelle degli ospiti sono archiviate nel computer» spiega cliccando su diverse icone. Qui trovi tutte le informazioni registrate giorno per giorno, anche se alla fin fine si lavora poco in ufficio. È prevista almeno una visita settimanale a ogni ospite e gli incontri sono a domicilio. È più facile parlare in un ambiente familiare. Hai già lavorato con gli anziani?»

«Ho fatto lo stage di fine studi in un reparto geriatrico, ma ne è passato di tempo…»

«È un lavoro particolare, vedrai. Loro hanno l’impressione che non serva a niente, così non si confidano molto. Io mi accontento di chiedere di che umore sono: in genere va così così, quando non è il caso di prescrivere degli antidepressivi. Non bisogna esitare, d’altronde alla loro età non si può fare granché.»

Ah però, la psicologa. Fine come il sale grosso.

«Davvero? Io invece ricordavo che avevano bisogno di sfogarsi…»

«Magari tu avrai più risultati di me, vedremo, ma ne dubito. Non sono facili. Ti confesso che sono felice di andare in maternità anticipata. Se resisti fino al mio ritorno, sarà un miracolo. Dai, vieni che ti presento a tutti e scappo.»

Léa corre verso la saletta comune. Letteralmente. E io dietro a lei per non farmi distanziare.

Ha premura, la capisco. Se potessi, correrei anch’io verso l’uscita. Il suo oscuro pronostico ha finito per spegnere ogni mio barlume di entusiasmo. Mi ero figurata l’infima eventualità che gli ospiti di quella casa di riposo potessero essere adorabili e farmi cambiare idea sulla vecchiaia. Devo essere lucida: non sarà così.

A me i vecchi non piacciono. O meglio, non è che non mi piacciano, per quanto non possa dire di amarli, è che mi fanno paura. Loro sono a tu per tu con la morte e io preferisco restare sul voi. Io la morte la evito a tal punto da aver saltato spesso le lezioni di storia perché stavo troppo male a studiare la vita di persone che esistevano ormai solo sui libri. E poi, ammettiamolo, non sono molto interessanti. I vecchi si assomigliano un po’ tutti, un po’ come i neonati o i barboncini albicocca. Hanno tutti gli stessi capelli, che siano naturali o posticci, la stessa schiena curva, gli stessi occhiali, gli stessi tremori e la voce colma degli stessi rimpianti.

«Eccoci!» mi annuncia Léa.

La porta a doppio battente è chiusa. Lei spinge sulla maniglia e la apre. Io stringo al petto il bloc-notes, una barriera di carta tra loro e me, ed entro nella saletta comune. All’interno, disposte a semicerchio davanti all’entrata, vedo una ventina di volti rugosi che esclamano in coro:

«Benvenuta Juliaaaaa!»

Io sfodero il mio sorriso più professionale e me lo stampo in faccia. Come farò a distinguerli?

 

6

Léa se n’è andata. Mi ha consegnato le chiavi dell’ufficio, ha buttato lì un generico “ciao” e se n’è andata con una fretta poco rassicurante. A partire da questo momento, la psicologa della casa di riposoI Tamericisono io.

Mi si deve leggere la paura negli occhi perché un tizio alto e bruno che non ha l’aria di essere un ospite, viene verso di me sfoderando un grande sorriso.

«Salve, sono Greg l’animatore. Dura il primo giorno, eh?»

«Sono un po’ persa, ma me la caverò, grazie!»

«Non ti preoccupare, andrà tutto bene. Immagino che Léa ti abbia dipinto un quadro orribile, quella ragazza è il pessimismo fatto a persona. Vieni che ti faccio vedere le cose da un altro punto di vista!»

Mi prende a braccetto e mi porta verso gli ospiti che non si sono mossi.

Me li presenta uno per volta. Io stringo la mano a ciascuno cercando di tenerne a mente i nomi, ma presto ci rinuncio. Ne ho memorizzati cinque: Lucienne, la signora con la borsetta nera che aspettava il figlio sulla panchina, Léon che non si degna di alzare gli occhi dal suo smartphone, Maryline che sfoggia fiera una fascia di “Miss Nonna 2004”, Louise, che ha tenuto la sua mano nella mia un po’ più a lungo degli altri, e Gustave che mi dice «Buona Sara» e scoppia a ridere compiaciuto. E sempre lui, dopo l’ultima stretta, comincia a battere le mani scandendo “di-scor-so, di-scor-so!”, seguito a ruota dagli altri ospiti. Greg mi fa un cenno con il capo per farmi capire che non ho scelta. Io mi schiarisco la gola, pianto le unghie nel bloc-notes e mi lancio con la mia voce “modalità aeroporto”. 

«Salve a tutti, sono Julia, la vostra nuova psicologa. Da domani passerò a trovarvi una volta la settimana per capire come state. Naturalmente, se avete bisogno di me, sarò disponibile in qualsiasi momento. Sono molto felice di venire a lavorare ai Tamerici con voi e farò del mio meglio per accompagnarvi nelle vostre giornate.»

Qualche tiepido applauso. Mentre gli ospiti si allontanano, con o senza bastone, sedia a rotelle e deambulatore, Greg mi raggiunge.

«La prossima volta parla più forte, tanti ci sentono poco. A parte questo, te la sei cavata bene, persino Léon non è stato troppo molesto.»

«Léon, è quello che digitava il suo telefonino?»

«Esatto, un verogeek. Non molla mai i suoidevice, se non per protestare o lamentarsi. Sono due anni che cerco di trovargli delle qualità, ma niente. È più facile trovare un punto senza Botox sulla faccia di Madonna che un briciolo di umanità in Léon!»

Rido, per la prima volta da quando sono arrivata. Un po’ troppo forte, un po’ troppo a lungo, ma faccio fatica a contenermi, come se ogni risata espellesse una particella di ansia.

«Ho un po’ di tempo prima del Bingo, vuoi che ti faccia fare un giro del centro?» mi propone Greg.

Io accetto volentieri e non solo perché il suo sorriso si meriterebbe un posto tra le sette meraviglie del mondo. Per me è tutto nuovo, mi sento come se fossi appena arrivata in una nuova scuola e sono ben contenta che un compagno mi tenda la mano. E mentre le seguo, pronta ad annotare sul taccuino tutte le informazioni che mi dà, mi arriva da dietro una voce belante che dice: «È più carina dell’altra, ma sembra meno gentile.»

 

7

È notte fonda, sono nel parco, quando sento delle voci per poco non mi prende un colpo.

Sono una fifona. C’è stato un periodo in cui mi avevano soprannominataBuhe devo dire che mi sta meglio di Julia. Quando incrocio inaspettatamente qualcuno, faccio un salto, scendere a spazzaneve una pista blu per me è come fare uno sport estremo e appena si avvicina un cane, mi trasformo nella sirena dei pompieri.

Una volta, dovevo avere quindici anni, ho sentito mia madre gridare in cucina. Mi sono precipitata. Lei cercava di domare le fiamme che uscivano dalla pentola. Nella mia testa mi sono vista prendere uno strofinaccio, passarlo sotto l’acqua e spegnere il fuoco con grande sangue freddo. Ma solo nella mia testa, perché nella realtà sono riuscita soltanto ad articolare “Addio mamma” e me la sono data a gambe gridando.

Un’altra volta ero in auto e stavo aspettando Marc davanti al suo ufficio, quando un uomo ha bussato con insistenza al finestrino. Era buio e aveva un gatto sulla maglietta, un tipo sospetto. Senza pensarci due volte, gli ho spruzzato un’intera bomboletta lacrimogena negli occhi. Peccato che fosse un collega di Marc che era venuto gentilmente ad avvertirmi che Marc era in ritardo.

Così adesso, a sentire quelle voci nel parco, mi cedono le gambe, sento un nodo in gola e il cuore si mette a correre al ritmo di David Guetta. 

Davvero, come diavolo mi è venuto in mente di uscire a quest’ora! Non riuscivo a dormire, troppe cose dentro. Il momento ideale per una sigaretta. Ne tengo sempre un pacchetto in macchina, così sono andata a prenderlo e visto che c’ero, ho fatto due passi nel parco. Al chiaro di luna non mi pareva di essermi allontanata tanto dall’edificio. Ma quando ho sentito le voci, mi sono resa conto di essere arrivata in fondo dove nessuno mi avrebbe sentito gridare. La stanchezza gioca strani scherzi.

Respira. È passata la mezzanotte e a giudicare dal naso congelato, la temperatura è quella di un barattolo di gelato Häagen-Dazs. Devo essere l’unica pazza che osa mettere il naso fuori. Me le sarò immaginate quelle voci, è l’unica spiegazione possibile. Ritornerò al mio spartano miniappartamento, mi chiuderò a chiave, spingerò il cassettone contro la porta e mi addormenterò tranquilla, ecco cosa farò.

Con qualche rapida falcata raggiungo la dépendance e riesco a entrarci quando sento rimbombare dei passi vicino all’edificio principale. Provo a inserire la chiave nella serratura, un gesto meccanico che si trasforma in una prova degna dell’Isola dei Famosiquando tremano come foglie, mi guardo in giro per individuare la fonte di quel rumore e con la coda dell’occhio intravvedo un’ombra che si defila dietro l’orto. Resto paralizzata per qualche secondo, abbastanza da vedere la testa dell’individuo spuntare dal muretto, girarsi verso di me e sparire di nuovo. Mi ha visto. Presto, devo salire per mettermi al riparo. Quel cavolo di chiave riuscirà a infilarsi nella serratura! Non posso mica morire lì, strangolata da un degenerato nel parco di una casa di riposo, con addosso un pigiama rosa di pile, un piumino e le pantofole a forma di testa di gatto!

Provo a infilare la chiave nell’altro senso, spingo con tutta la forza che ho, invoco la santa delle serrature, ma niente da fare, quella si ostina a non volerne sapere di entrare. Alle mie spalle sento un rumore di passi che si avvicinano lentamente. Il cuore non batte più solo nel petto, ma anche nel collo, negli occhi, nelle dita, nelle orecchie, nei capelli, nelle vibrisse delle pantofole.

Allora è così che ci si sente quando la fine è vicina? Ci si trasforma in un vibratore?

Il mio assassino è ormai a pochi metri, sento già le sue mani alla gola. Brutto andarsene a trentadue anni. Tanto più che gli bastava fare qualche metro in più per trovare una preda che sarebbe morta prima comunque. In un ultimo sprazzo di lucidità prima del nulla, capisco che la chiave che sto cercando disperatamente di infilare nella serratura è quella dell’appartamento e non quella dell’edificio. Trattengo il respiro, il tempo di prendere la chiave giusta e lancio un grido di sollievo nel vederla scivolare dentro la serratura. Mi chiudo il portone alle spalle e salgo le scale quattro gradini alla volta per poi barricarmi in casa con l’orecchio incollato alla porta.

Dopo quaranta minuti devo arrendermi all’evidenza che l’unica cosa che mi ha seguita è il silenzio.

Dopo due ore, i muscoli si sono rilassati, i denti non battono più, il cuore ha ripreso il ritmo normale.

È possibile che mi sia fatta leggermente suggestionare.

 

8

«Come si sente oggi?»

Louise è la prima paziente del mio primo giorno di lavoro. Seduta nella sua poltrona rivolta verso la vetrata, è intenta a sferruzzare mentre io mi accomodo su una sedia davanti a lei. Ha un leggero tremore dovuto all’età.  Anch’io tremo, ma di paura.

L’arredamento è molto carico. Un’accozzaglia di mobili, soprammobili, foto incorniciate, libri, lavori a maglia. A vederli non sembrano di grande valore, ma devono averlo per Louise. Deve aver scelto con cura quelli che potevano sparire dalla sua vita e quelli che l’avrebbero accompagnata nella sua ultima casa.

«Va sempre meglio» mi risponde posando il lavoro a maglia. Io comincio a prendere appunti. «Sa che sono qui da poco?»

«L’ho letto nel suo fascicolo. Da tre mesi, giusto?»

«Sì, presto saranno tre mesi. Prima sono stata ricoverata cinque settimane in ospedale dopo quello stupido incidente. Poi i medici hanno decretato che non potevo continuare a vivere da sola. I miei figli mi hanno trovato un posto qui, sembra che sia il migliore istituto della regione. Non mi trovo così male…

«Le va di parlare dell’incidente, Louise?»

«Oh, non c’è molto da dire. Stavo facendo la spesa quando,bam, sono finita per terra priva di sensi. Quando mi sono risvegliata giorni dopo, avevo dimenticato gli ultimi quarant’anni della mia vita. Si rende conto? Quarant’anni volati via così, in pochi secondi.»

«Cosa ha provato?»

«È stato orribile. L’anno in cui ho compiuto trent’anni c’era stato un grosso incendio nella nostra casa. Aveva distrutto tutto. Avevamo perso la casa, i mobili, i documenti, i vestiti… Ma la cosa che mi dispiaceva di più era aver perso i ricordi. La foto dei bambini da piccoli, le diapositive, i disegni, le poesie, le lettere che mi mandavano dalla colonia, le foto dei miei genitori, del nostro matrimonio…

Fa una pausa e guarda dalla finestra.

«Senza tutti quei ricordi, la nostra memoria non ha più il diritto di venire meno. È senza rete. Oh, ma che stupida, non le ho offerto niente da bere! Gradisce un caffè, un tè, una cioccolata? Mia figlia mi ha regalato una macchina molto sofisticata, basta mettere una capsula e la bevanda calda si prepara automaticamente.»

Non è che avrebbe del whisky?

«Una cioccolata, grazie! Stavamo parlando della sua memoria…»

«Oh, sì!» risponde dirigendosi verso il cucinino. «La mia memoria immediata funziona molto bene, per fortuna. Le raccontavo dell’incendio per spiegarle cosa ho provato. Già perdere i propri ricordi materiali è doloroso, ma non è nemmeno lontanamente paragonabile a quel che ho provato quando mi hanno detto che erano spariti dalla mia memoria quarant’anni di vita. Ci pensa, quarant’anni fa i miei figli non avevano nemmeno vent’anni, mio marito era ancora vivo, anch’io ero giovane, i miei nipoti non erano ancora nati… Per non parlare dei telefoni cellulari, delle decine di canali televisivi, di Internet e dei piercing al naso!»

Quando avevo letto il fascicolo di Louise, l’avevo quasi invidiata per aver perso una parte della sua vita. Cosa non darei pur di cancellare gli ultimi sei mesi della mia, ma adesso che la vedo combattere per contenere le lacrime, non la invidio più.

«Grazie!» dico prendendo la tazza che mi porge. «Come ha fatto per accettare questa situazione?»

«Semplice» risponde con un’alzata di spalle come se lo fosse stato davvero. Quando mi hanno detto che non avrei recuperato la memoria, avevo due soluzioni: o non lo accettavo e ne avrei sofferto per il resto dei miei giorni o lo accettavo e avrei vissuto serenamente i miei ultimi anni. Ho sempre avuto una gran gioia di vivere.

«Un bel modo di prendere la vita!»

«Sono molto fortunata, sa. Ho 84 anni, posso sentire ancora gli uccellini cantare, riesco a leggere con gli occhiali, ho ancora qualche dente mio. Tanti non arrivano alla mia età così in forma. E poi, il mio passato non è proprio sparito, è solo che io non me ne ricordo più. I miei figli, i miei nipoti e le persone a me care se ne ricordano. Quei quarant’anni ci sono stati.

Si alza e prende una cornice sulla credenza. Sulla foto c’è lei, raggiante, tra un gruppo di varia età.

«Guardi» mi dice porgendomi la cornice «sono i miei figli e i miei nipoti. È di quindici anni fa. Manca solo l’ultimo nipote e i due pronipoti che sono nati dopo, ma è l’unica foto dove siamo tutti insieme. È una delle poche. Ho quattro figli, dieci nipoti e due pronipoti che mi hanno dimostrato tanto affetto quando mi sono svegliata. La prego di credere che non ho motivo di lasciarmi andare alla tristezza. Lei ha una famiglia numerosa?»

Annuisco e cambio argomento.

«Se le chiedessi come si sente in una scala da uno a dieci?»

Louise risponde senza esitazioni.

«Direi nove. Tolgo un punto per la sveglia: ogni mattina mi ci vogliono dieci buoni minuti per strapparmi dal letto. Ho la sensazione di essere un pezzetto di carta piegato in otto che va aperto con cura perché non si strappi.»

Mi fissa mentre annoto quelle informazioni sul bloc-notes per aggiungerle al fascicolo sul computer. Poi, senza che io me l’aspetti, mi fa una domanda:

«E lei, in una scala da 1 a 10, come si sente?»

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