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Le lettere dal fronte di Giuseppe Ungaretti nei Meridiani Paperback

Le lettere dal fronte di Giuseppe Ungaretti nei Meridiani Paperback

Dall’orrore delle trincee si alza la limpida e sconvolgente voce poetica di Ungaretti.

In occasione del centenario dell’entrata dell’Italia in guerra (24 maggio 1915), Mondadori pubblica nei Meridiani paperback Da una lastra di deserto. Lettere dal fronte a Gherardo Marone di Giuseppe Ungaretti.

Tra gli scrittori che, su diversi fronti, hanno preso parte alla Prima guerra mondiale, Giuseppe Ungaretti occupa una posizione di primissimo piano. È infatti sul fronte dall’autunno del 1915 fino all’armistizio del 1918. In particolare, nascono nelle trincee della Prima guerra mondiale le poesie della sua prima raccolta, Il porto sepolto (1916), e molte di Allegria di naufragi (1919) e dell’Allegria (1931). Basti ricordare le celeberrime Veglia, Fratelli e San Martino del Carso.

Durante gli anni di guerra Ungaretti intrattiene una fittissima corrispondenza con amici intellettuali che si trovano al fronte o a casa: Enrico Pea, Giovanni Papini. Ardengo Soffici, Carlo Carrà e il napoletano Gherardo Marone. Con quest’ultimo, editore della rivista letteraria “La Diana” su cui appaiono via via numerose poesie di Ungaretti, il dialogo è fittissimo e le lettere spesso sono accompagnate da prime stesure delle poesie.

Una prima edizione mondadoriana delle lettere di Ungaretti a Marone uscì nel 1978, curata da Armando Marone. La nuova edizione è curata da Francesca Bernardini Napoletano, che ha aggiunto alle lettere già pubblicate da Marone anche le molte successivamente ritrovate in modo  del tutto fortuito sia al mercato di Porta Portese a Roma sia al mercato di Salerno e ora conservate all’Archivio del Novecento presso l’Università "La Sapienza" di Roma.

Questa attesissima nuova edizione completa, corredata di apparati critico-filologici, getta nuova luce sulla genesi delle più note poesie ungarettiane e testimonia il miracolo per cui la grande poesia può nascere in mezzo all’orrore.

Nell’incipit di questa lettera a Gherardo Marone, che risale alla prima metà di agosto 1917, si può intravedere la testimonianza del miracolo per cui in mezzo all’orrore può prodursi quel “gran silenzio d’armi” da cui fiorisce la poesia:

«Mio Gherardo, qualche soldato canta; da una baracca all’altra si sente il coro; D’Indy potrebbe trovarci confermata la sua teoria dell’origine della polifonia; qualche aeroplano gironza; la tua arriva; si fa un gran silenzio d’armi; uno scalpitìo di salmerie che salgono; ci sono intervalli di tutto silenzio che turbano; e piano piano il vallone s’affonda in un grosso muraglione negro trapunto qui e là da un lumino oscillante; la luce di una candela che a me, venuto da una metropoli nebbiosa di giorno, dove di notte l’uomo scatenava il sole, rammenta “Le Chaperon Rouge” “Petit Poucet” e non so qual altro stupore della mia infanzia lontana».

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