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La prefazione di Agatha Christie a "Il giro del mondo"

La prefazione di Agatha Christie a "Il giro del mondo"

PREFAZIONE

Avevo scritto tre libri, ero felicemente sposata e desideravo con tutto il cuore andare a vivere in campagna. Archie e Patrick Spence, un nostro amico e suo collega alla Goldstein, erano sempre più scoraggiati: le aspettative lavorative che erano state loro prospettate non sembravano accennare a concretizzarsi. Erano state affidate loro delle cariche di amministratori, ma sempre in aziende che si trovavano in cattive acque, se non sull’orlo del fallimento. Una volta Spence disse: «Mi viene il dubbio che siano un branco di imbroglioni. Niente di illegale, va bene, ma proprio non mi convincono. Tu che ne pensi?».
Anche secondo Archie non era il massimo della trasparenza. «Mi piacerebbe cambiare» ammise pensieroso. Gli piaceva la vita nella City, per la quale aveva una particolare inclinazione, ma con il passare del tempo era sempre più scettico nei confronti dei suoi superiori.
Poi si presentò una possibilità assolutamente imprevista.
Archie aveva un amico che aveva insegnato a Clifton, un certo maggiore Belcher: un personaggio originale, con un vero e proprio talento per il bluff. Stando a quanto raccontava, grazie a questa sua dote durante la guerra aveva ottenuto l’incarico di Ispettore delle Patate. Non ci è mai stato dato di sapere quanto vi fosse di vero nelle storie che raccontava, e quanto fosse frutto di fantasia; a ogni modo questa suonava molto bene. Quando era scoppiata la guerra lui aveva già tra i quaranta e i cinquant’anni, e gli avevano trovato una sistemazione presso il ministero della Guerra, ma a lui non andava a genio. Poi una sera, a cena con un pezzo grosso, la conversazione era ricaduta sulle patate, che durante la Prima guerra mondiale rappresentavano un grosso problema. In effetti, per quel che riesco a ricordare, erano scomparse ben presto, e in ospedale non ne arrivavano mai. Non so se la causa di tale carenza andasse rintracciata nell’intervento di Belcher, ma la cosa
non mi sorprenderebbe.
«Quel vecchio presuntuoso mi ha detto che la situazione delle patate era sempre più grave» raccontò Belcher. «Io gli ho risposto che bisognava fare qualcosa, erano in troppi a occuparsene. Doveva assumere il controllo una persona sola. E lui mi ha dato ragione. “Ma mi raccomando, quest’uomo dovrà essere pagato bene” l’ho avvertito io. “Se volete uno bravo, dovete dargli uno stipendio come si deve – e voi avete bisogno di uno che sappia il fatto suo. Dovreste dargli almeno...”» e aveva sparato una cifra di parecchie migliaia di sterline. «Ma è tantissimo» era stata la reazione del pezzo grosso.
«Dovete assumere uno bravo» aveva ribadito Belcher. «Guardi, io non me la sentirei di accettare nemmeno a quel prezzo.»
Questa era stata la frase decisiva. Stando al suo racconto, qualche giorno dopo lo avevano pregato di accettare quella somma per occuparsene lui.
«Che cosa ne sapeva lei, di patate?» gli domandai io.
«Assolutamente niente» mi rispose Belcher. «Ma non potevo mica darlo a vedere. Insomma, si può fare tutto, basta avere un assistente che ne capisce qualcosa, documentarsi un po’, e il gioco è fatto!» Aveva la straordinaria facoltà di fare colpo sugli altri, oltre che grande fiducia nelle proprie capacità organizzative. A volte ci voleva un sacco di tempo perché la gente si accorgesse della confusione che provocava. La verità è che non c’è mai stato al mondo un uomo meno capace di organizzare. Come per molti politici, secondo lui il metodo migliore era buttare tutto all’aria per poi riassemblarlo “più vicino al desiderio del cuore”, come avrebbe detto Omar Khayyam. Peccato che, in questa seconda fase, Belcher era un disastro.
Ma questo, in genere, lo si scopriva troppo tardi.
A un certo punto della sua vita era finito in Nuova Zelanda, dove aveva fatto una così bella figura con gli amministratori di una scuola grazie ai suoi piani di riorganizzazione, che lo avevano voluto come preside. Un anno dopo gli avevano offerto un’ingente somma di denaro perché rinunciasse all’incarico: non per cattiva condotta, ma semplicemente per lo scompiglio che aveva generato, per l’odio che si era attirato e per il suo fervente credo in quella che definiva “un’amministrazione moderna, lungimirante e illuminata”. Come dicevo, era proprio un bel tipo, in grado di farsi odiare e di farsi amare a seconda dei momenti.
Una sera a cena Belcher, che ormai aveva lasciato perdere le patate, ci spiegò qual era la sua prossima mossa. «Avete presente l’Esposizione dell’Impero che si terrà tra un anno e mezzo? Be’, va organizzata a dovere. I dominion vanno preparati, devono essere all’altezza, pronti a collaborare. Parteciperò a una missione intorno al mondo, la Missione dell’Impero Britannico. Si parte a gennaio.»
Proseguì con i dettagli del suo progetto. «Ora mi serve qualcuno che venga con me in qualità di consulente finanziario. Tu che ne pensi, Archie? Sei uno con la testa sulle spalle. Sei stato direttore della scuola di Clifton e ti sei fatto tutta questa esperienza a Londra. Sei l’uomo che fa al caso mio.»
«Ma non posso lasciare il lavoro» replicò Archie.
«Perché no? Presentala bene al tuo capo, fagli notare che è un’occasione per ampliare la tua esperienza, e tutto il resto. Ti terrà il posto, immagino.»
Archie ne dubitava.
«Be’, pensaci su, amico mio. Mi piacerebbe poter contare su di te. Potrebbe venire anche Agatha, ovvio. A lei piace viaggiare, no?»
«Sì» minimizzai io.
«Senti un po’ qual è l’itinerario. Prima andiamo in Sudafrica. Tu, io e un segretario, naturalmente. Con noi ci saranno gli Hiam. Non so se li conosci, lui è un re delle patate dell’Anglia orientale. Una persona in gamba, oltre che un mio caro amico. Viene con moglie e figlia, ma arrivano fino in Sudafrica: Hiam non può lasciare i suoi affari troppo a lungo. Noi ci rimettiamo in viaggio per l’Australia, e dopo facciamo rotta verso la Nuova Zelanda. Ho molti amici lì, e mi piace la campagna. Magari ci prendiamo un mesetto di vacanza.
Voi potreste andare alle Hawaii, se volete, a Honolulu.»
«Honolulu» sussurrai io. Mi sembrava un sogno.
«Poi ci spostiamo in Canada, e infine torniamo a casa. In tutto saranno nove o dieci mesi. Che ve ne pare?»
Capimmo che diceva sul serio. Ci pensammo su per un po’. Le spese di Archie, ovviamente, erano pagate, e in più gli avrebbero dato mille sterline. Se fossi andata anch’io, le spese del viaggio non sarebbero state a mio carico: visto che ero la moglie di uno dei partecipanti, non avrei pagato gli spostamenti navali e ferroviari.
Cercammo di far quadrare i conti. Nel complesso sembrava fattibile.
Le mille sterline di Archie avrebbero coperto le mie spese in hotel e un mese per entrambi a Honolulu. Per un pelo, ma pensavamo di potercela fare.
Archie e io eravamo già andati in vacanza all’estero per brevi periodi: una volta sui Pirenei e un’altra in Svizzera. Amavamo viaggiare, e io avevo già avuto una piccola esperienza a sette anni. Desideravo ardentemente vedere il mondo, e non credevo che sarebbe mai successo davvero. Eravamo vincolati a un’azienda e, per quanto ne sapessi, un uomo d’affari non aveva più di due settimane di vacanza all’anno. E in due settimane non si poteva fare molto. Mi sarebbe piaciuto tanto visitare la Cina e il Giappone, l’India e le Hawaii, e una marea di altri posti, ma i miei sogni erano, e con ogni probabilità sarebbero rimasti anche in futuro, mere fantasie.
«La vera incognita è come la prenderà il vecchio Facciagialla» rimuginava Archie.
Gli dissi che magari era molto prezioso per lui. Ma secondo Archie non era difficile rimpiazzarlo con qualcuno altrettanto bravo; e c’era un mucchio di gente alla disperata ricerca di un impiego. Comunque, “il vecchio Facciagialla” rimase sul vago. Gli disse che poteva anche riassumerlo al suo ritorno, dipendeva, ma di certo non poteva tenergli il posto. Una pretesa del genere da parte di Archie gli sembrava eccessiva. Se decideva di andarsene, correva il rischio
di perdere il lavoro. Ne discutemmo ancora.
«È un rischio» dissi io. «Un rischio considerevole.»
«Sì, è un rischio. Mi rendo conto che probabilmente torneremo in Inghilterra senza un soldo, con poco più di cento sterline all’anno tra tutti e due. Il lavoro sarà difficile da trovare, forse anche più di adesso. D’altro canto, se non si rischia non si arriva da nessuna parte, non credi?»
«Comunque decidi tu» continuò. «Come facciamo con Teddy?»
Era così che chiamavamo Rosalind, all’epoca, forse perché una volta, scherzando, le avevamo dato il nomignolo di tadpole, girino.
«Se ne occuperà Punkie» come in famiglia chiamavamo Madge. «O a mamma... lo farebbero volentieri. E poi c’è la tata. Sì, sì, da questo punto di vista siamo a posto. Potrebbe non capitarci più un’occasione come questa» sospirai.
Ci arrovellammo a lungo.
«Certo, io potrei anche aspettarti qui» proposi con uno scatto di altruismo.
Lo guardai. Mi guardò.
«Non ho nessuna intenzione di lasciarti a casa» replicò lui. «Non sarebbe un bel viaggio, se lo facessi. No, o corri il rischio anche tu e vieni con me, oppure non se ne fa niente... ma sta a te decidere, perché tu rischi più di me.»
E allora ci mettemmo seduti a riflettere, e io accolsi il punto di vista di Archie.
«Sai che ti dico? Hai ragione» conclusi. «È la nostra occasione. Se ce la lasciamo sfuggire, non ce lo perdoneremo mai. No, come hai detto tu, se non si è disposti a rischiare quando si presenta l’opportunità, non vale la pena di vivere.»
Non eravamo mai stati dei tipi prudenti. Ci eravamo impuntati a sposarci nonostante le difficoltà, e adesso eravamo decisi a vedere il mondo, a costo di finire nei guai al nostro ritorno.
Le questioni domestiche non furono difficili da risolvere. L’appartamento riuscimmo a darlo in affitto facilmente, e con il ricavo potevamo pagare Jessie, la tata, che mia madre e mia sorella ospitarono volentieri insieme a Rosalind. L’unico ostacolo si presentò all’ultimo momento, quando ci venne comunicato che mio fratello Monty era di ritorno dall’Africa. Mia sorella si arrabbiò perché non sarei stata in Inghilterra in occasione della sua visita.
«Il tuo unico fratello viene ferito in guerra e ritorna a casa, dopo anni di assenza, e tu decidi di andare a spasso per il mondo. È una cosa vergognosa. Tuo fratello viene per primo.»
«Be’, io non la penso allo stesso modo» replicai. «Mio marito viene per primo. Lui parte, e io vado con lui. Le donne devono andare con i loro mariti.»
«Monty è il tuo unico fratello, ed è l’unica possibilità che hai di vederlo, forse per anni
Finì con l’irritarmi, ma per fortuna nostra madre si schierò dalla mia parte. «È dovere di ogni moglie accompagnare il marito» sentenziò.
«Il marito viene anche prima dei figli, figuriamoci dei fratelli. Ricordati che se non stai al fianco di tuo marito, se lo lasci da solo troppo a lungo, lo perdi. Per non parlare di uno come Archie.»
«Sono sicura che non è così» risposi io, risentita. «Archie è la persona più fedele al mondo.»
«Non si può mai sapere con un uomo» concluse mia madre, elargendo il suo spirito vittoriano. «Una donna ha il dovere di stare accanto al proprio marito, o lui si sentirà in diritto di dimenticarla.»

Agatha Christie

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