News

Intervista a Daniel Lumera in occasione dell’uscita del suo libro "La cura del perdono”

Intervista a Daniel Lumera in occasione dell’uscita del suo libro "La cura del perdono”

La cura del perdono è un viaggio, fantastico e  reale allo stesso tempo, attraverso e verso il perdono. Avviciniamoci a questa meta cercando di comprenderne meglio il significato. Che cos'è il perdono?

In questo libro racconto un nuovo significato del perdono che va oltre il senso comune e religioso della parola e lo faccio attraverso le storie di chi la propria vita l’ha cambiata davvero, di chi è guarito o ha avuto successo, di chi è andato oltre se stesso.
Tracce del perdono sono presenti in quasi tutte le culture ancestrali del pianeta: nelle civiltà delle Ande, tra gli indios brasiliani, nella filosofia indovedica.  Ho recuperato tecniche ed approcci al perdono che, pur risalendo a 4 mila anni fa, sono sorprendentemente attuali e declinabili nelle problematiche delle società moderne. La cura del Perdono è una scienza della felicità di decisiva importanza per la salute, la qualità della vita, la realizzazione personale e la trasformazione della società.
Il perdono è il puro ed essenziale atto di donare in maniera incondizionata ed è un modo di camminare e di essere nella gratitudine, nella consapevolezza e nella felicità.  

All'inizio del libro dici che hai scoperto il perdono quasi  per caso, dopo una serie di avvenimenti dolorosi che ti hanno toccato e sconvolto nel profondo. Che cosa ti ha guidato in questa direzione?

L’esigenza di comprendere veramente la natura della felicità. Il perdono mi ha insegnato a saper trasformare in un dono ogni aspetto della vita: gioie, dolori, successo, tristezza, fallimento, perdita.  Non credo che si possa dire di saper vivere fino a che non si accetta ed accoglie la vita nella sua interezza, includendo in essa anche la morte. Col perdono ho imparato cosa vuol dire “saper lasciare andare senza aggrapparsi alle cose e alle persone”: l’attaccamento è capace di trasformare anche un grande amore in un’ossessione.  

Nella tua vita c'è stato un incontro molto speciale con uno degli ultimi discepoli di Gandhi, Anthony Elenjimittan. Com'è avvenuto e cosa ti ha lasciato?

C’era ad Assisi un convegno internazionale sulla pace e, fuori programma, lo invitarono a parlare. Ne fui subito affascinato. Aveva 90 anni e l’energia e l’entusiasmo inesauribile di un bambino. Ricordo ancora la straordinaria chiarezza nell’esposizione, la semplicità  nei concetti e la  profondità nelle riflessioni. Era uno degli ultimi discepoli diretti di Gandhi ancora viventi in Europa, era stato anche frate domenicano (vicino al patriarca di Venezia Albino Luciani, Papa Giovanni Paolo I) e aveva speso la sua vita per promuovere il dialogo fra religioni e civiltà diverse. Pratico meditazione da quando avevo 18 anni e ai “maestri” ho sempre chiesto una “benedizione” e un augurio.  Lo trovo un momento intimo di silenzio e comunione. Fui stupito dalla sua risposta: “Da questo momento, nella tua vita, le uniche benedizioni che riceverai saranno i tuoi pensieri, le tue parole e le tue azioni. Usa bene questi strumenti”. Non mi concesse un momento di più, girò subito le spalle e mi lasciò solo.
Sono ritornato spesso ad Assisi, dove Anthony Elenjimittan aveva la missione St Cit Ananda, per studiare con lui i testi delle filosofie più antiche (dagli Yoga Sutra di Patanjali a Sant’Agostino) e perfezionare la pratica della meditazione. Ha rappresentato per me un esempio vivente di umiltà, semplicità e coerenza. Non aveva bisogno di essere chiamato maestro perché lo era. Viveva profondamente e con coerenza ciò che insegnava. Non ho mai visto in lui alcun segno di ira, rabbia, vendetta, alterazione, ipocrisia, competizione e neppure ricerca di potere, denaro e successo. Ma soltanto serenità, entusiasmo e gioia, che trasmetteva con affabilità a chiunque lo avvicinasse con sincero spirito di ricerca. Mi ha insegnato l’inutilità dell’egocentrismo, del senso di possesso, della superbia intellettuale. Mi ha indicato una scala di valori, nella quale materia e spirito, coscienza e ragione si integrano superando gli spazi conflittuali. Mi ha mostrato la fermezza nelle convinzioni ma anche la diffidenza su verità imposte e dogmi. Aveva una straordinaria capacità di costruire ponti tra Oriente e Occidente.  

Il perdono, nella visione che ci offri, è uno strumento per affrontare le sfide che la quotidianità ci pone, a tutti i livelli: personale, nelle relazioni di amicizia e di amore, nel lavoro, in economia. Mai come in questo momento però percepiamo l'esigenza di "armarci" per difenderci. Ci sentiamo minacciati da una carenza di sicurezza e in questa condizione la reazione più naturale è quella di chiusura. Il "per-dono" invece ci porta nella direzione opposta. Perché dovremmo intraprenderla e dove trovare il coraggio per farlo?

Armi, difesa, sicurezza sono concetti che nel perdono trovano una dimensione e un significato assai differenti dall’uso e dall’abuso che se ne fa di questi tempi. Il perdono è apertura, non barriera né recinto. Libera, non costringe. Ma non è debolezza né mancanza di coraggio.
Essere coraggiosi non vuol dire non avere paura né andare incontro incoscientemente al pericolo, ma avere cuore (dal latino cor habeo): pensare, sentire ed agire col cuore. Sfatiamo il più grande dei luoghi comuni, ossia che il perdono sia una debolezza ed equivalga a non reagire. Al contrario perdonare vuol dire saper agire senza essere motivati e spinti dalla rabbia, dalla frustrazione, dalla colpa e dal risentimento. Questo libro cerca di aprire la mente alle persone e fargli capire un nuovo concetto ed utilizzo del perdono, non necessariamente limitato alla colpa, all’errore o a qualcosa di condannabile. Nel libro spiego come sia possibile perdonare l’amore, i sogni, la morte, la vita, i limiti e la gioia. E gli effetti sono straordinari.
Fa anche bene alla salute. E’ ormai scientificamente dimostrato che il corretto approccio al perdono migliora l’attività del cuore, il sistema immunitario e quello nervoso, la salute mentale, potenzia le abilità sociali, l’intelligenza emotiva, l’empatia, la capacità di trasformare i problemi in risorse. Per questo i manager, le università e le istituzioni in genere iniziano ad essere interessate ad introdurlo nell’educazione.

Sul perdono hai costruito la tua vita e la tua professione. Hai creato una fondazione in Spagna, My Life Design Foundation (http://www.mylifedesignfoundation.org/), collabori con le università, con master, organizzi formazione aziendale. Come si inserisce il perdono all’interno di tutti questi ambiti?

Il perdono è una delle linee di ricerca del mio lavoro e della Fondazione: una delle abilità sociali che ogni persona dovrebbe sviluppare. Saper perdonare è fondamentale non solo per la qualità della propria vita ma per la sopravvivenza dell’uomo e del pianeta. Anche l’economia inizia ad essere sensibile a questi temi perché ci stiamo rendendo conto che il sistema attuale non è più in grado di garantire benessere né equilibri sociali e ambientali sostenibili. Credo in una nuova economia basata sul saper donare piuttosto che soltanto sul voler ricevere. 

 

Insieme alla tua fondazione ti stai impegnando per formare una generazione di giovani più consapevole: la "forgiveness generation". Che caratteristiche ha questa nuova generazione?

In Italia sono attualmente attivi diversi progetti per introdurre il perdono nel sistema scolastico ed educativo fra i quali i “Dialoghi sul Perdono nelle scuole” (https://www.eppela.com/it/projects/6742-international-day-of-forgiveness?t=rewards)
La “Forgiveness Generation” è una generazione di individui capaci di vivere coerentemente valori come perdono, pace, compassione, amore, consapevolezza e contestualizzarli in nuovi e creativi modelli esistenziali: nel lavoro, nelle relazioni e nella sfera personale. Persone in grado di cambiare se stesse e il mondo che le circonda. Un nuovo modo di essere umani, capace di integrare questi valori nella vita quotidiana e nel processo di trasformazione sociale. La “Forgiveness Generation” si basa su 5 concetti chiave: interconnessione, unità, consapevolezza, responsabilità e perdono. Ognuno di questi punti deve essere espresso coerentemente attraverso il proprio stile di vita.

 

L'11 marzo in Campidoglio a Roma si svolgerà "l'International Day of Forgiveness". Questo è l'ultimo progetto, in ordine temporale, a cui ti stai dedicando con My Life Design Foundation. Puoi darci un assaggio di questa giornata? 

Lo scopo dell’evento è quello didare visibilità internazionale al progetto, stimolare e fecondare il dialogo tra cultura, politica e istituzioni affinché si adoperino concretamente per la diffusione di una nuova esperienza di vita più consapevole. La giornata avrà tre momenti importanti. La mattinata è dedicata ai ragazzi: ci sarà un incontro con le scuole che stanno aderendo al progetto “Dialoghi sul Perdono” e verrà premiato il progetto più creativo col titolo di “Ambasciatore del Perdono”. L’anno scorso hanno ricevuto il premio in Italia Don Ciotti e Renato Accorinti (sindaco di Messina), quest’anno verranno coinvolti anche gli istituti scolastici e i ragazzi in prima linea. Il pomeriggio invece ci saranno i Monologhi e i Dialoghi sul Perdono: esponenti della cultura, dell’arte, della scienza e della politica si confronteranno ed esporranno nuove idee sul tema del perdono e dell’educazione alla consapevolezza. L’happening si chiuderà con un concerto di musica classica dal titolo “Sulle note del Perdono”. (info@mylifedesignfoundation.org). Per i monologhi quest’anno saranno presenti Gherardo Colombo (ex magistrato, presidente della Garzanti), Ervin Laszlo (Filosofo della Scienza e padre della teoria dei sistemi, più volte candidato al Nobel), Yolande Mukagasana (scampata all’eccidio in Ruanda tra Utu e Tutsi, candidata al Nobel per la pace), Sergio Rubini (attore), Giancarlo Giannini (attore), Francesco Lotoro (pianista, ha dedicato la vita a recuperare l’opera dei compositori deportati nei lager), e molti altri.

 

Hai incontrato e guidato tante persone. Vissuto attraverso di loro molte esperienze. La ricerca della felicità è sicuramente la mèta a cui ognuno di noi tende. Il perdono è una via alla felicità?

La felicità non è una meta o un obiettivo a cui tendere, ma la condizione naturale del nostro essere quando diventiamo pienamente consapevoli di esistere. Abbiamo un concetto e un’idea sbagliata della felicità perché crediamo dipenda da ciò che abbiamo o facciamo: per questo la cerchiamo nel denaro, nel successo, nelle relazioni, nel lavoro, confondendola col piacere legato all’esperienza sensoriale.  Facciamo dipendere la nostra felicità dal fatto di avere o non avere, fare o non fare qualcosa, quando invece è una qualità intrinseca della nostra coscienza. Viverla dipende da quanto intensamente siamo presenti e consapevoli del miracolo che quotidianamente accade: la vita.  Il perdono, che presento nel libro,  è autentica educazione alla felicità, un modo di  percorrere la propria parabola esistenziale nella piena consapevolezza dell’essere. 

Libri collegati

Commenti